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giovedì 6 maggio 2021

Figura Umana - Umana Figura

 


 

 

Ci sono oggetti di uso comune nei quali è possibile trovare l’impronta umana non solo perché sono fatti dall’uomo ma perché hanno la forma dell’uomo.

Ad esempio la gruccia appendiabiti è un oggetto di uso comune che deve sostituire l’uomo ed è quindi obbligata ad avere le spalle.

Non è invece obbligata ad avere una testa eppure ce l’ha, infatti la gruccia è dotata di un gancio centrale dalla forma arrotondata che tanto ricorda un profilo umano… ed è anche girevole!

Però serve solo ad appendere l’oggetto dentro l’armadio.

 

Due necessità diverse hanno reso la gruccia appendiabiti molto più umana del necessario, ma chi è l’artefice di questo mix divertente? Il caso, l’uomo o il tempo?

Non è facile rispondere a questa domanda, e poiché l’argomento si presta a mutevoli interpretazioni nonché classificazioni, devo cominciare la mia indagine escludendo alcuni oggetti di uso comune assai interessanti ma costruiti ad arte.

Ad esempio ci sono bellissimi divani a forma di labbra femminili e poltrone a forma di mano che certamente vestono le forme umane ma sono modelli talmente esclusivi da non poter essere considerati oggetti di uso comune nonostante i classici divani e poltrone lo siano.

Una esplorazione a parte meriterebbero i mezzi di trasporto di uso comune quali auto, moto, treni e tram.

Questi veicoli sono costruiti intorno all’uomo ma assomigliano sempre più agli animali, prima di tutto nella loro conformazione totale e in secondo luogo nel “muso” che in passato era più antropomorfo di oggi.

Certe motociclette sono identiche ai giaguari e puma, tram e treni sono sempre più simili ai serpenti mentre per le automobili si passa dal felino al topo con in mezzo tutta una gamma di razze canine.

Per i mezzi pesanti vedrei bene una comparazione con bufali, bisonti e mammut.

 

I (Primo step)

 

L’oggetto di uso comune per eccellenza è la casa, o almeno così dovrebbe essere.

Come? La casa è troppo grande per essere considerata un oggetto?

Non per me che vivo in un Paese a forma di stivale chiamato Italia dove tutto è relativo.

 

La casa è l’oggetto che contiene gli oggetti più utili all’uomo e soprattutto contiene l’uomo, lo protegge.

Nei disegni dei bambini spesso la casa viene rappresentata come un testone quadrato sormontato da un cappello a punta e dentro il quadrato ci sono due finestre in alto e una porta centrale in basso.

I bambini trasformano la facciata in un faccione un po’ perché il soggetto si presta e perché l’essere umano ha un bisogno atavico di “umanizzare” ciò che lo circonda.

Forse nei bambini questo istinto è più puro che mai, sta di fatto che la casa dei loro disegni ha proprio le funzioni di una testa: le finestre sono occhi che servono per guardare fuori e la porta è una bocca che permette di entrare dentro.

E poi c’è quel tetto a punta che ricorda un cappello il quale a volte reca un comignolo che emette pensieri.

 

Ma siamo sicuri che i bambini si ispirino all’essere umano mentre disegnano le loro casette? Quei faccioni potrebbero essere musi di animale, in fondo gli occhi sono solo finestre e la bocca è solo una porta… E il resto del corpo dov’è?

La risposta ci è stata data molti anni fa dal grande antropologo Gianni Morandi e la sua tesi non è mai stata smentita.

Nel suo famoso trattato intitolato “Me lo prendi papà”, egli asserisce che “Gli animali non hanno ombrello e non portano mai il cappello”.

 

La casa dei bambini invece porta il cappello, dunque è umana.

 

 

II

 

Conoscevo una donna di nome Ugolina che abitava proprio nella classica villetta disegnata dai bambini.

Io l’ho conosciuta in tarda età, cioè quando avevo 30 anni e mi ero messa in testa di fare la costumista, mentre lei era una giovinotta di 80 e sarta di navigata esperienza, vedova e autoritaria.

Con i sacrifici di una vita lei e il marito si erano fatti una bella casetta e lei spesso diceva: questa casa è il mio cappello, cioè un ombrello sotto il quali ripararsi e un capitale da impegnare in caso di bisogno.

Veramente lei diceva EL ME’ CAPELO perché era veneta e parlava in dialetto veneto con tutto il mondo, ma questa indifferenza faceva di Ugolina un personaggio ottimamente inserito nel tessuto piemontese per la serie: così è… punto e basta!

Io la capivo al volo non tanto perché la sartoria è un linguaggio universale ma semplicemente perché ero/sono veneta come lei che purtroppo è passata a miglior vita una decina di anni fa e sono sicura che nel posto in cui si trova adesso si stia annoiando tantissimo.

Tutte le sarte che ho conosciuto nella mia vita si sono dimostrate assai longeve, loquaci e hanno lavorato fino alla fine più che altro per avere qualcosa da fare e qualcuno con cui chiacchierare. Però si facevano pagare lo stesso.

Ugolina era un personaggio famoso anche per la sua avarizia.

In lei c’era una avarizia sana e una malata che ogni tanto si scontravano e la rendevano molto inquieta, e siccome era anche una matrigna poco amorevole, non voleva assolutamente che i suoi figliastri un giorno ereditassero EL ME’ CAPELO.

Ancora si favoleggia sul numero di testamenti che ha fatto scrivere e riscrivere.

 

III

 

Il mio lavoro di sarta costumista mi ha portato in giro per le famiglie a misurare persone e asciugare qualche lacrima.

Tra i miei pazienti preferiti ricordo Valeria, una ragazza di 40’anni che una famiglia non ce l’aveva però aveva un sacco di amici.

Era moderna, simpatica, partecipava ad un sacco di eventi ma non riusciva a costruire una relazione stabile con un uomo.

Una sera ci incontrammo e lei mi fece vedere il suo telefonino nuovo, uno di quelli piccoli e monoblocco che andavano di moda negli anni ’90.

Per tutta la sera Valeria restò concentrata sul suo telefonino alternando momenti scatenati in cui pigiava tutti i tasti a momenti in cui si fermava a guardare estasiata il suo nuovo acquisto.

Chissà quante belle telefonate avrebbe fatto con quel telefonino, anche mute e anche anonime! Ma vuoi mettere le suonerie personalizzate? Il rapporto di consegna, il T9?

E mentre lei pigiava tutti i tasti possibili e immaginabili, il telefonino rispondeva emettendo piccoli suoni, bagliori e vibrazioni.

Ad un certo punto ho avuto la sensazione di trovarmi davanti ad una mamma che coccolava il suo neonato e mi sono chiesta se fosse un caso che quel telefonino sembrasse un bebè incappucciato e fasciato di tutto punto.

Stavo impazzendo io o stava impazzendo Valeria che già pensava al corredino?

 

 IV

 

Stavo impazzendo io o stava impazzendo Valeria che già pensava al corredino?

Tante volte mi sono chiesta se stavo pensando la cosa giusta…

 

Da bambina mi sembrava strano che gli adulti tacessero su argomenti un po’ particolari, così tacevo anche io e mi guardavo bene dal fare domande.

C’erano momenti in cui la mia famiglia era tutta riunita intorno alla tavola per pranzare e cenare, e dal momento che il babbo era sempre stanchissimo e la mamma era sempre nervosissima, quello era in assoluto il momento peggiore per parlare.

E così le mie domande restavano sospese a mezz’aria insieme al fumo di sigaretta di mio papà.

Chissà cosa sarebbe accaduto se all’improvviso mi fossi alzata in piedi e avessi detto:

Papà, mamma, vi siete accorti anche voi che la bottiglia dell’acqua assomiglia a una donna e il fiasco di vino assomiglia a un uomo? -

Ma la paura più grande era quella di passare per stupida e maliziosa.

 

Invece la similitudine era palese: il tappo era la testa, il collo era il collo e la pancia era tutto il resto dell’essere umano.

Lo hanno capito bene i grandi scienziati del marketing che giunsero a fare una bottiglia a forma di frate per meglio vendere un amaro alle erbe e per chi non lo avesse capito ci misero anche il cordoncino in vita.

Quella era una bottiglia palesemente maschile, di rappresentanza, invece sempre in quel periodo, anni ’70, cominciarono a circolare le famose bottiglie di sciroppo (Fabbri) che non dichiaravano ma alludevano.

Con la scusa di poterle afferrare meglio, queste bottiglie recavano un restringimento equiparabile al girovita femminile il quale metteva in risalto un petto rotondo sulla parte superiore.

La similitudine col corpo umano femminile era chiaramente cercata, il risultato di una evoluzione ancora in atto, ma nel passato come si regolavano i nostri antenati?

Gli antichi greci e romani realizzavano anfore di terracotta che a me ricordano tanto il corpo di una donna.

I fondali marini ne sono pieni idem i musei, quindi erano oggetti di uso comune a tutti gli effetti, studiati per essere funzionali.

Eppure quei manici rotondi ci danno l’idea che esista una zona spalle in alto e una zona fianci in basso, ed anche nelle anfore senza braccia c’è qualcosa di simile al corpo femminile: la forma affusolata, il ventre capiente e la base piccola.

 

 V

 

L’anfora deve custodire e trasportare il suo contenuto come una donna deve proteggere e tramandare il suo sapere domestico, nonchè la sua stirpe.

Con la grazia nelle forme e robustezza nel fisico.

Non ho mai visto un’anfora col tappo, forse che alla donna venisse chiesto di non pensare?

 

Il contenitore che non vuole assolutamente il coperchio è la coppa intesa come trofeo. Se ce l’avesse potrebbe assomigliare ad un’urna cineraria e poi a che servirebbe il coperchio se non deve contenere nulla?

L’ultima coppa che ho visto mi ha colpito per la sua virilità.

Si trattava di un trofeo conteso fra alcune squadre di calcio molto importanti quindi ci voleva un premio all’altezza di quella competizione così maschia.

La coppa in questione era enorme, luccicante come il petto di un culturista e aveva anche il fisico da culturista. Per carità, niente tartaruga e niente fronzoli, ma una gabbia toracica imponente e due manici laterali che chiudevano in un ricciolo simile ad un pugno. Potere alla vittoria!

Certo non si può dire che la coppa sia un oggetto di uso comune, anzi viene consegnata a persone e gruppi che si distinguono per imprese eccezionali, ma in tutte le case c’è almeno una coppa in vetrina.

Inoltre la coppa è molto presente nei loghi e nelle icone sicchè è anche diventata una immagine di uso comune.

 

Dove c’è una coppa c’è competizione senza bisogno di aggiunte, ma spesso loghi, marchi e brand usano umanizzare immagini che hanno già una connotazione antropomorfa.

Ad esempio la classica lampadina elettrica rotonda che ricorda una testa umana  può diventare il logo di tante ditte diverse a seconda degli elementi che vi si possono aggiungere: un papillon, occhiali da vista o sole, un cappello da chef.

Nei marchi tutto può diventare antropomorfo, dalle lettere dell’alfabeto agli animali.

 

 VI    

 

Il mondo dei simboli contiene così tanti spunti intriganti che ci sarebbe materiale per una bella serie di documentari e fiction.

Non a caso lo scrittore Dan Brown ha costruito un thriller proprio sul linguaggio segreto dei simboli, e non a caso detto thriller intitolato “Il Codice Da Vinci” ha avuto un successo planetario.

 

Leggendo il romanzo è possibile scoprire che due elementi molto diversi fra loro quali la rosa (fiore) e il triangolo rovesciato (figura geometrica) sono entrambi simboli dell’organo genitale femminile.

Dan Brown non si è inventato nulla, ciò che rivela è storicamente avallato e tramandato, infatti il triangolo capovolto noi oggi lo vediamo in alcune pubblicità di prodotti “gyno” e la petalosa rosa è molto “gyno” pure lei.

A differenza della rosa, il triangolo capovolto ha una lunga catena di significati che lo legano all’organo femminile e su questo suo passato misterioso lo scrittore ha creato un intrigo internazionale  ad altissimo tasso simbolico.

Il triangolo rovesciato o semplicemente il segno a forma di V sono molto presenti nel Codice Da Vinci poiché simboli del Santo Graal, la coppa che nessuno è mai riuscito a vincere.

Ancora oggi non si sa cosa sia il Santo Graal, forse il calice che ha raccolto il sangue sgorgato dal costato di Gesù crocefisso, forse ha contenuto il vino dell’ultima cena, forse non è mai esistito.

Tra le tante leggende vi è quella che ha ispirato l’autore,  e cioè che il calice fosse il ventre di Maria Maddalena, la donna con cui Gesù avrebbe concepito un figlio e relativa discendenza.

Triangolo rovesciato e lettera V sono diventati simbolo del Santo Gral in virtù di questa “coppa” che ogni donna possiede, e per chi ripudiasse la tesi del concepimento, resta sempre un calice che forse ha contenuto il sangue di Gesù.

 

 VII    

 


Insomma, un simbolo che si rispetti deve anche essere un po’ misterioso altrimenti sono tutti capaci a fare i simboli.

Io ho impiegato la bellezza di 40’anni per comprendere il simbolo di Batman.

Non capivo perché lo avessero fatto così brutto e poi mi rispondevo che sicuramente i creatori avevano puntato sul mistero.

Tutti sappiamo che il simbolo di Batman è un pipistrello nero con le ali aperte circondato da una ogiva ellittica, ma io per 40’anni non ci ho visto nessun pipistrello, vedevo solo gli spazi gialli tra il pipistrello e l’ogiva.

Risultato: una bocca spalancata con denti stortissimi.

Certo in 40’anni avrei potuto chiedere a qualcuno il perché di quelle sporche arcate dentali, ma credevo facessero parte del mistero e poi a me piaceva Spiderman.

 

Il mistero si svela da se’ il giorno che faccio la fila alla cassa di un supermercato.

Nell’attesa che arrivi il mio turno, poso lo sguardo sul logo di Batman esposto chissà dove e lì rimane per qualche secondo. La solita bocca con i denti storti e gialli, il lato oscuro della vita.

Ma ecco che improvvisamente dalla bocca di Barman esce fuori un pipistrello nero e nulla sarà come prima.

 

Escher sarebbe stato fiero di me e quando dico Escher mi riferisco all’illustratore olandese che disegnava figure perfettamente incastrate le une con le altre e a volte le ripeteva all’infinito.

Certo Escher incastrava soggetti identici o simili, mentre l’incastro che avevo scoperto io non aveva molte giustificazioni.

Il pipistrello finalmente lo vedevo, ma quei denti erano troppo arrotondati e distanziati fra loro per appartenere a un roditore.

E credo neanche a Batman.


 VIII

 

Il giorno in cui mi si è rivelato il simbolo di Batman ero assorta nei miei pensieri e appesa al carrello della spesa.

Ero appesa non solo perché c’erano poche casse aperte ed io come al solito ero finita nella fila più lenta, ma perché da qualche tempo avevo male a un piede.

Per la precisione ogni volta che poggiavo il piede destro per terra partiva una scossa su tutta la gamba che mi faceva trasalire nonché preoccupare.

 

Nel giro di poche settimane quella cosa strana si trasformò in un dolore ustionante che mi tormentava giorno e notte. Non solo avevo la sensazione che qualcuno mi stesse scorticando la gamba destra ogni secondo della mia vita, ma provavo tantissimo dolore anche lungo la colonna vertebrale.

Avevo contratto la lombosciatalgia e la causa di questa catastrofe era un’ernia del disco.

 

Per quattro infiniti mesi la mia vita si è fermata e per la prima volta ho avuto la sensazione che il mio corpo non mi appartenesse più.

Decideva lui come e quando reagire alle terapie, decideva quanti minuti al giorno potevo dormire, quanti passi potevo fare e quante lacrime dovevo versare.

Due cervelli in una persona sola, qualcosa di sconvolgente.

Se in quei mesi mi avessero chiesto di paragonare il mio corpo ad un oggetto, lo avrei paragonato a tutti i quadri di Frida Kahlo.

 


IX

 

Di tutte le terapie che ho sperimentato per uscire dalla crisi ce n’è stata una che si è rivelata particolarmente utile: disegnare i miei organi malati.

La pittrice Frida Kahlo in un celebre autoritratto aveva raffigurato la sua colonna vertebrale a forma di sottile colonna greca tutta piena di crepe e fratture, invece io avevo bisogno di capire la vera anatomia della mia colonna come avrebbe fatto Leonardo.

 

Da sempre la figura umana era stata al centro dei miei interessi, l’avevo disegnata e misurata mille volte, evidentemente era giunto il momento di entrarci dentro e scandagliare gli abissi.

Per fortuna che dentro siamo tutti uguali!

Però non era sufficienti guardare le immagini su Internet per capire come stavano le cose, almeno non per me che avevo bisogno di analizzare le articolazioni della mia colonna e capire cosa stava accadendo al nervo ischiatico, così ho preso carta e matita e ho cominciato a copiare, copiare, copiare.

Prima di allora ero convinta di sapere tutto sulle vertebre, invece non sapevo proprio niente come non sapevo dove passasse il midollo spinale, e mi sono chiesta come avessi fatto a vivere tanto beatamente nella mia ignoranza.

Beatamente non proprio dal momento che avevo lavorato tanto e chiesto troppo al mio fisico, ma ignorantemente si.

 

Più disegnavo e più avevo la sensazione che il mio corpo tornava ad essere mio.

Foglio dopo foglio non era più un nemico da sconfiggere, ma un animale da curare ed ascoltare.

Eravamo ancora due cervelli in un corpo solo, ma la cosa era più sopportabile.

 

Dottore cosa mi consiglia per il reflusso gastrico? -

Disegni uno stomaco su foglio A3 e me lo porti la prossima settimana.

 

X

 

Nel cercare immagini ed informazioni su Internet, spesso mi imbattevo in una illustrazione che mi divertiva molto, si trattava di una colonna vertebrale sezionata per lungo che terminava in un bacino pure lui sezionato.

In questa sezione era possibile vedere il percorso dei nostri nervi dalla parte bassa della colonna fino alle gambe, e nonostante si trattasse di un elaborato grafico, era molto fedele all’anatomia umana.

Fin qua nulla di strano, ma la cosa davvero curiosa era che questa sezione assomigliava tantissimo ad una chitarra elettrica, infatti dopo poco l’ho soprannominata “The Guitar”.

 

Prima di allora mi ero divertita a comparare persone e oggetti valutando semplicemente le loro forme esteriori, questa volta mi era capitato un soggetto che somigliava ad alcuni organi interni al corpo umano.

Per la prima volta un oggetto di uso comune DENTRO di noi, non fuori, e non una valvola o una protesi… una chitarra.

 

Una parte di me si metteva le mani nei capelli ogni volta che “pensava” di copiare The Guitar, l’altra parte ne era affascinata!

Inutile dire che la parte affascinata ha avuto il sopravvento e ha cominciato a riprodurre la sezione su fogli che non bastavano mai. Aggiungevo fogli A4 in alto, in basso, a destra e sinistra, e alla fine il disegno è venuto fuori in scala 1:1.

 

Mentre disegnavo, cancellavo e mi arrabbiavo, prendevano forma alcune mie considerazioni divertenti che in definitiva sono il sale della vita.

Ad esempio trovavo curioso che una sezione anatomica pertinente al passaggio degli impulsi bio-elettrici del bacino somigliasse incredibilmente ad uno strumento che pure lui va a corrente elettrica; eppoi c’era la ciliegina sulla torta.

Non è forse vero che la chitarra viene suonata proprio ad altezza bacino?

Bacino su bacino.

 

XI

 

Se dovessimo fare un elenco degli oggetti di uso comune simili all’uomo, sicuramente andremmo avanti ore e ore e sentiremmo la necessità di creare delle vere e proprie categorie: uso estetico, uso musicale, ludico, sportivo, erotico, e chi più ne ha più ne metta.

Molti di questi oggetti devono tener conto della mano dell’uomo nel vero senso della parola perché non possono sfuggire al suo pollice opponibile, oggi come un tempo.

Che poi le nostre bottiglie di plastica assomiglino alla figura umana, questo è un valore aggiunto che parla di noi, di ciò che vogliamo vedere e di ciò che ci attrae sullo scaffale di un supermercato, ad esempio.

Ad esempio io ci vedo anche numerosi richiami fallici e spesso mi sono domandata: ma queste bottiglie di che sesso sono?

 

Tutti noi dalla più tenera età cerchiamo la figura umana soprattutto in quegli elementi che hanno una forma vaga: macchie sulla luna che diventano un volto, alberi rugosi che diventano persone, santi che affiorano nelle macchie di umidità dei muri.

E’ scientificamente provato che il cervello umano ricostruisce in automatico ciò che l’occhio vede di incompleto, ma certe apparizioni sono anche la conseguenza di una voce interiore.

Ci ho messo una vita per capire la vera composizione del logo di Batman e quando l’ho capito mi si è aperto un mondo: la bocca che vedevo intorno al pipistrello era la mia!

Io da bambina avevo i denti un po’ distanziati come quelli che vedevo affiorare nel logo di Batman e probabilmente mi ci sono specchiata. Poi crescendo si sono avvicinati altrimenti sarebbe stata una tragedia.

Similitudini a parte, quella era una bocca minacciosa, i denti che vedevo io erano pronti per mordere e se devo proprio essere sincera mi sarebbe piaciuto dare un morso a tutti i personaggi di questo libro: Gianni Morandi, la sarta Ugolina, la mia amica Valeria, la cassiera del supermercato, il babbo e la mamma e anche qualche bambino della mia infanzia che disegnava casette felici.

 

Ma sono sempre stata una persona troppo rispettosa e un bel giorno la mia schiena è scoppiata al posto della mia bocca.

The Guitar è stata per me la prova che noi siamo lo strumento della nostra musica e se per lungo tempo non diamo voce a questo strumento, possono capitare cose spiacevoli.

E mi ha rivelato che gli oggetti di uso comune simili all’uomo dicono molto più di ciò che crediamo.

Lo avevano capito i nostri antenati che vivevano nelle caverne e ci hanno lasciato quello che han potuto.

Tramite i loro arnesi e i loro graffiti siamo riusciti a ricostruire il loro stile di vita anche a distanza di migliaia di anni.

In essi vi è la loro forma mentis esattamente come succede per noi oggi.

Gli oggetti restano mentre l’uomo e la donna non restano.

L’Uomo di Similaun , età cinquemila anni, ci ha raccontato chi era grazie ai reperti che sono stati trovati fuori e dentro di lui.

Sulla sua pelle ci sono anche molti tatuaggi che forse stavano ad indicare le zone da “trattare” per alleviare la sua artrosi e artrite, o forse erano simboli magici usati per guarire; se così fosse sarebbe bellissimo scoprire il loro singolo significato e poterli confrontare con i tatuaggi tribali che vanno di moda oggi.

 

Per ora mi limito a fantasticare su come sarebbero gli oggetti se un giorno l’umanità venisse colpita da uno strano virus e nascessero persone con un solo braccio.

Con una mano sola è impossibile stappare una bottiglia e svitare il tappo di un barattolo chiuso ermeticamente.

Certi oggetti sono simili all’uomo per accogliere le sue braccia, mani, dita, il suo fisico eretto, la sua testa e via dicendo.

Se noi diventassimo “mono” anche gli oggetti lo diventerebbero e se diventassimo tris o quater succederebbe la stessa cosa.

Dalle comparazioni antropomorfe non si sfugge.

 

                             


                               

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