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martedì 29 agosto 2017

Una Montagna per Garitola






UNA MONTAGNA PER GARITOLA

SPAZIO : 1999


Tutto ebbe inizio con un annuncio:

“Cercasi in affitto appartamento ammobiliato anche mansardato,
zona Madonna di Campagna. Ottime Referenze.”

L’annuncio venne così pubblicato:

“Cercasi in affitto appartamento ammobiliato anche trasandato,
zona Madonna di Campagna. Ottime referenze.”



Io e Vanni eravamo ricorsi ad un annuncio perché nel 1999 era difficile trovare una casa in affitto a Torino. E di certo quell’errore di trascrizione non ci aiutò.
Ma il vero errore fu quello di andare a vivere insieme poiché la nostra si rivelò una convivenza buia, triste e… trasandata!
Un’ agonia durata meno di un anno.
Tutto andò storto sin dall’inizio, appunto, ma proprio grazie a quell’incidente tipografico io divenni bravissima a cogliere i segnali di pericolo che la vita mi dava.
Imparai a leggere fra le righe di tutto ciò che mi accadeva di strano nel quotidiano ed i risultati erano sorprendenti: il titolo di un libro, una canzone ricorrente, una cosa smarrita o ritrovata, a volte mi chiarivano un dubbio o rispondevano alle mie perplessità.
E fu proprio leggendo tra le righe che scoprii i tradimenti di Vanni. Nel senso che mi impossessai del suo telefonino e lessi tutti i messaggini che aveva inviato e ricevuto.
Ma prima ero stata avvisata da segnali di fumo inequivocabili!
Dunque presi atto che il mio Vanni dagli occhi color oro aveva la morosetta in ogni palestra in cui lavorava come tuttofare, e la cosa non mi fece tanto piacere.
Ovviamente lui negò ogni addebito appellandosi al ragionevole senso di colpa che ogni donna si porta dietro dai tempi di Eva, ma io non ci cascai.


Quando ero piccola, negli anni ’70, alla tele c’era una serie di telefilm pazzesca che si intitolava “Spazio : 1999”:
              -  Base Luna chiama Aquila Uno… Rispondete Aquila Uno!  –
Erano film di fantascienza che raccontavano le gesta eroiche di un gruppo di ricercatori in trasferta sulla Luna costretti a vagare per lo spazio infinito a causa di una esplosione nucleare. L’esplosione aveva catapultato la Luna  fuori dall’orbita terrestre e l’aveva lanciata nell’universo come una scheggia impazzita. Che serie incredibile! Ogni puntata un’avventura mozzafiato, incontri con intelligenze aliene buone e cattive, scenografie e costumi strabilianti. La piccola colonia di scienziati aveva  sede nella Base Lunare chiamata “Alpha” ed ogni esplorazione spaziale veniva effettuata a bordo delle mitiche “Aquile”, astronavi altamente tecnologiche che a dirla tutta, più che alle aquile assomigliavano ad insetti giganti.
Erano belle dentro quelle Aquile! Tutta la serie era “bella dentro”, la super-tecnologia a confronto con i sentimenti terrestri ed extraterrestri: amore, odio, potere e chi più ne ha più ne metta! Che meraviglia quelle porte automatiche a scomparsa, che bello il feeling tra la Dottoressa Helen ed il Comandante John,  fantastiche le colonne sonore, fantastico tutto, anche il bianco e nero che dava ancor più spazio all’immaginazione… Troppo avanti!
Quanto fantascienza in quei filmetti, e io piccola sognatrice, spesso mi chiedevo: Sarà davvero così il futuro nel 1999? E dove sarò io nel 1999? In quale pianeta crescerò i miei figli?

Scoprire i tradimenti di Vanni fu quasi una liberazione.
A quel punto della storia non si capiva più chi dei due amasse meno l’altro, ma di certo entrambi eravamo stufi di una convivenza trasandata.
Una valigia di vestiti, la mia macchina per cucire, la mia borsa alla Mary Poppins e via a tutto gas sulla mia Mariuccia- car.
1999, tutto da rifare.
              -  Aquila Uno a  Base Luna: Stiamo tornando!  -




ODISSEA 2001
        
L’unica persona alla quale posso dire che sto male è Patrizia, la mia donatrice di lavoro. Anche se parla sempre lei, Patrizia sa comprendere un sacco di cose perché nella vita ne ha viste di tutti i colori ed è diventata una donna tosta, con un pelo sullo stomaco da fare invidia al mio gommista di Lanzo.
Lanzo Torinese è il pianeta dal quale io provengo.
Nel giro di pochi giorni,  Patrizia mi fissa un incontro con il vicino di casa di un amico del consuocero della sua pettinatrice, il quale ha uno chalet da affittare “presso” Lanzo.
Presso? Sarà mica al Pian della Mussa questo chalet?
Tutto a posto. Lo chalet del vicino di casa di un amico del consuocero della pettinatrice di Patrizia si trova a Corio, un comune non troppo lontano da Lanzo.

Sono anni che non metto piede a Corio, però mi sembra di ricordare che un po’ assomigli a Lanzo. Quasi una Lanzo in miniatura.  In “comune” hanno tante salite e tante discese con in mezzo un centro storico e d’estate non vi si muore di caldo, infatti quelli che abitano giù verso Torino sono soliti dire: - Andiamo a prendere un gelato a Lanzo che c’è l’arietta fresca! -  Oppure:  - Andiamo a prendere una bella boccata di amianto a Corio! –
A tal proposito bisogna anche dire che Lanzo e Corio sono “vicine di montagna”. A dividerle ci sono alcune piramidi di amianto abbandonate a se stesse con in mezzo un laghetto artificiale: la nostra valle di lacrime.
Andiamo dunque a vedere com’è questo chalet di Corio.
Parto da Lanzo ben poco ottimista e vado ad incontrare il padrone di casa. Chissà perché in prima battuta mi è venuto da scrivere “ladrone” di casa.
Costui è un uomo di sessant’anni con i baffi, sorridente, in divisa da muratore. Sulla testa un cappellino griffato CEMENTI MAZZA.
Con la sua auto spartana piena di sacchi e secchi, ci inerpichiamo su strade, stradine e stradicciole a me totalmente sconosciute, finchè arriviamo all’agognato chalet.
Casa bellissima, panorama mozzafiato, l’aria fresca non manca anche perché siamo a febbraio, tanto silenzio, abeti e castagni… ma…
Ma perché capitano tutte a me?
Scusi padrone, ma come può pensare che una signorina di città come me, sola più di un cane, possa venire a vivere in un BOSCO?
Innanzi tutto qui non siamo a Corio ma su uno strapiombo roccioso molto al di sopra di Corio! Seconda cosa, la sua bicocca sarà anche molto bella ma quando nevica qui si resta isolati dal resto del mondo e io l’elicottero non me lo posso permettere. Che dire poi dell’unica ripida stradina che qui giunge e muore? Niente barriere, niente asfalto. Roba da fare invidia alle mulattiere del Mustang!  

Torno a casa come nulla fosse stato perché di quello chalet, del suo padrone e di Corio, mi voglio dimenticare il più presto possibile, come voler dimenticare di aver perso tempo.
La casa in cui torno da svariati mesi, dopo la rottura con Vanni, si trova in quel di Lanzo ed è la casa dei miei genitori. Bell’appartamento, peccato solo che io non riesca a chiamarlo casa mia.
Io lì, cioè qui, mi sono sempre sentita di troppo anche se siamo solo in tre e lo spazio non manca. Non manca niente, forse ci sono troppi mobili, addirittura tre credenze: una degli anni ’60, una degli anni ’80 e una degli anni ’90. La credenza anni ’70 manca perché in quel periodo eravamo poveri.
Mio padre e mia madre si sono conosciuti nelle nobili fabbriche di Venaria Reale. Lei piccola indiana Pellerossa e lui giovane cow-boy col ciuffo. Ovvero: napoletana lei, veneto lui.
Da questo incontro ravvicinato del funesto tipo sono uscita fuori io, un miscuglio di Nord e Sud: magra e grassa, chiara e scura, simpatica e antipatica. Una “sanguemisto” cresciuta tra gli altarini a San Gennaro e i bestemmioni di mio papà.
Quando avevo tre anni, nel 1970, i miei decisero di venire ad abitare a Lanzo, naturalmente per l’arietta fresca, e qui siamo tutti invecchiati.
Gli anni ’70 sono stati molto duri per noi, poco di tutto e niente credenza nuova.
Mio padre che aveva ottenuto un buon posto alla prestigiosa “Tipografia delle Valli di Lanzo” (ecco il vero motivo del trasferimento), lavorava solo ed esclusivamente di notte per guadagnare di più, ma così io l’ho conosciuto poco.
Mia mamma invece ha passato e tutt’ora passa la vita a pulire casa e a predicare com’era bello vivere a Venaria Reale, dove ancora ci sono tanti suoi parenti, tutti duchi e marchesi, molto più ricchi di lei.
Io e mio padre abbiamo iniziato a frequentarci quando purtroppo lui ha avuto problemi di salute. E questo è accaduto durante la mia fallimentare convivenza con Vanni. Brutto periodo veramente, soprattutto per mio padre che era in pensione da pochi mesi.
Dato che quella vesuviana di mia madre non ha patente, non ha iniziative ed è solo capace di stare in pensiero, è toccato a me provvedere alle necessità di mio padre, visite mediche, trasporto, terapie. E l’ho fatto molto volentieri anche se soffrivo terribilmente nel vedere un uomo grande e grosso piegarsi sotto il peso di una subdola infezione alla prostata.
Avevo il cuore a pezzi per lui e per i tradimenti di Vanni, ma almeno ho conosciuto mio padre. Meglio tardi che mai.
I miei genitori sono l’unico motivo che mi obbliga a trovare casa non troppo lontano da loro. Se così non fosse, a quest’ora sarei già bella e sistemata a Torino, ad un passo dalla mia socia Patrizia che conosce tutto il mondo e mi avrebbe trovato un monolocale alla velocità di uno sternuto. Un gioco da ragazzi, essendo io una single senza figli (oddio che tristezza).
Morale della favola, mi serve qualcosa di vicino a Lanzo ma non troppo.
Ora che mio padre con le adeguate cure si è ripreso bene, io sono pronta a lasciare questa loro bella casetta, questo nido accogliente e tirato a lucido dove sono cresciuta al rintocco di: “Fà silenzio che papà dorme”.
Già da piccola appena potevo me la squagliavo, così non davo fastidio a nessuno.
Mi sono sempre sentita di troppo in questa famiglia.

Il 1° marzo 2001 commetto una follia: firmo il contratto di affitto dello chalet.           L’unica cosa che leggo prima di sottoscrivere è la clausola del recesso per capire con quanti mesi di anticipo si possa abbandonare la casa. Speriamo non sei. Per fortuna solo tre.
L’uomo baffuto non vedeva l’ora di rifilare a qualcuno questa casa sperduta, e con sorrisi smaglianti che mettono in mostra le costose fauci, mi consegna le chiavi e mi spiega come funziona il camino a legna, unico mezzo per riscaldare la casa.
Io rispondo con cordialità alla sua cordialità, ma penso che sia più folle di me perché ci vuole poco a capire che non sono la persona più adatta a vivere in questa casa e in questo boschetto. Ho solo bisogno di un posto provvisorio dove pulirmi in pace le mie piume,  poi si vedrà. Non voglio mica la luna, solo poter piangere e lavorare in santa pace.
Già, il mio lavoro, l’unica cosa che mi tiene con i piedi per terra.
Ma si è reso conto che sono una signorina di città? Non ho i requisiti e l’esperienza per vivere qui.  Di certo non ci verrò a fare le grigliate con gli amici perché sono vegetariana, e non ci farò la settimana bianca perché mi manca il fuoristrada per salire fin quassù quando nevicherà e gelerà… sempre ammesso che io da sola riesca a trovare la strada per giungere fin qui.
Lo capisci o no che in capo a tre mesi dovrai rifare tutto con altro inquilino pazzo?
Solo una cosa mette a tacere i dubbi e le perplessità che spero abbia anche lui: il canone di affitto. Lire quattrocentomila al mese. Per me è poco e per lui è tanto, ma anche questo il padrone non lo dà a vedere.

Ben presto iniziano le rogne e le scarogne.
Siccome il contratto di affitto me lo impone, faccio domanda al Comune di Corio per avere la residenza allo chalet, ma il Comune di Corio risponde picche. Il messo comunale in persona, uomo tenebroso, mi dice che da quelle parti la residenza bisogna meritarsela e io non ne sono degna perché a lui risulta che lo chalet sia ancora disabitato e ho poco da banfare in quanto dalla piazza del paese è ben visibile la mia casetta in Canadà che ha sempre le finestre chiuse.
Cosa cosa cosa? Ma, dico, stiamo scherzando? Ma come si permette Lei di usare questo tono arrogante con me e soprattutto di spiare la mia casa! Lei non sa chi sono io! Lei ha davanti una sarta di prima categoria che ha vestito la “crème de la crème” di Torino! La gente che conta fa la fila per avere un abito storico confezionato da me medesima e Lei, grandissimo zoticone in divisa, si rifiuta di darmi la residenza in quell’orologio a cucù appeso alla montagna?! Ma siamo pazzi!
Occhio di Falco ha ragione. Allo chalet non ci vado mai. Lo odio. Sento che non siamo fatti per stare insieme e presto me ne sbarazzerò. Ma come la mettiamo con l’Enel? Senza la residenza la luce costa di più. Bè, ho tempo qualche mese, intanto facciamo la benedetta voltura.
Prendo i dati della casa dal contratto di affitto e così vengo a scoprire che la mia nuova dimora si trova in una frazione chiamata “Pich dël Drago”. A fianco c’è anche la traduzione in italiano: Picco del Drago. Mai sentito nominare. Ma dove cavolo sono finita? Quelli dell’Enel si metteranno a ridere.
Invece l’Enel mi fa semplicemente notare che la mia casa non ha numero civico e senza quello non si procede.
Ma che cavolo di numero vuoi mettere se ci sono solo io in quel pinnacolo!
Quelli dello Smaltimento Rifiuti hanno la stessa identica pretesa, vogliono il mio numero civico. Ma non c’è. Brava gente lo volete capire che non c’è! E se non c’è è perché non serve. Lassù c’è solo la mia dannatissima casa!
Finchè un giorno perdo la pazienza.
- Il servizio Enel è a sua disposizione, resti in linea per non perdere la priorità di chiamata.  I nostri operatori non vedono l’ora di parlare con Lei. –
Anche io non vedo l’ora…
- Buongiorno sono Dattiunamossa cosa posso fare per Lei? –
- Buongiorno, vorrei fare una voltura. –
- Mi deve dare il Numero Cliente dell’utenza. –
- Subito. -  E gli detto il numero.
- Chi è il nuovo intestatario? –
- Io. –  E gli detto tutti i dati del caso.
- Attenda per favore. –
Attendo. Mi scappa un po’ da ridere.
-  L’utenza si trova in Frazione Pich dël Drago, Corio Canavese… E’ giusto? –
Giustissimo. Questo operatore non ha sbagliato una sillaba, deve averne sentite di tutti i colori. Ma tra un po’ arriva il bello.
- L’indirizzo non è completo, manca il numero civico. –
- Ma sì che c’è il numero, è 35! –
- Signora è sicura? Qui risulta che non ci sono altre utenze nella frazione Pich dël Drago. –
Ma va?
- Non so cosa dirle perché ho affittato la casa tramite Internet… Sa è uno chalet, ci vado poi a Pasqua e a Natale… -
- Allora non prenderà la residenza… -
- Nooo, per carità, non ci penso proprio! –
Pausa di riflessione.
- Allora io metto 35… Ma è sicura signora? –
Sono sicura sì, così mi ricorderò per sempre la gran cavolata che ho fatto quando avevo 35 anni.

Un bel giorno mia madre mi comunica che sta perdendo la pazienza. Non ne può più di avere la casa invasa da stoffe, nastri e compagnia bella.
Fili sui pavimenti, scampoli in lavatrice, cartamodelli sui tavoli, asse da stiro sempre occupato. Per non parlare della stoffa stesa ad asciugare che ruba il posto al suo sacro bucato.
Io le faccio gentilmente notare che nella mia camera di spazio ce n’è proprio poco a causa delle sue credenze. Quella anni ’60, minuscola, è adibita a libreria, e quella anni ’80, un po’ barocca, contiene uno stupidissimo corredo matrimoniale a me destinato che però non userò mai dal momento che l’ha comperato tutto lei a suo gusto e piacimento quindi è tutta roba che fa ridere i polli come ad esempio il copriletto di raso rosa. Inoltre colgo l’occasione per ribadire il concetto che io non ci penso più al matrimonio e neanche a fidanzarmi. Quindi se le mie cose sparse per casa danno così tanto fastidio, non c’è problema, come sono arrivata me ne posso anche andare, tanto lo sapevo che il momento sarebbe arrivato, anzi credo di averlo fatto accadere io col mio disordine, tanto prima o poi…  
Me ne vado, sei contenta? E vedi di non fare scenate che papà riposa!

Una delle cose più brutte del mondo è patire il freddo quando stai già male per i fatti tuoi.
Esempio litigare col tuo fidanzato fuori da una discoteca alle tre del mattino del tre febbraio (che poi è anche il mio compleanno), perché lo hai beccato che flirtava con una bionda slavata DENTRO ai cessi delle “dame”.
Oppure aspettare per ore che passi un tram mentre nevica ed hai i dolori mestruali.
Brutto è anche entrare di notte in una casa sperduta nel bosco, gelida come la morte, dopo che hai umiliato tua madre e pianto tutte le tue lacrime mentre cercavi di guidare.
Accendo subito il caminetto, esperienza nuova e forse simpatica… ma presto mi rendo conto che qualcosa non va, o forse io ho eseguito qualche manovra sbagliata.
Sta di fatto che appena “lo fratello foco” comincia a scoppiettare, la stanza si riempie di fumo e sono costretta a chiudere lo sportellino del caminetto altrimenti muoio affumicata. Per lo stesso motivo mi tocca areare quasi tutta la casa.
Ma con lo sportellino chiuso il calore non si propaga a dovere nella stanza e per non morire di freddo devo stare appiccicata al caminetto.
Disperata, affranta e infreddolita, trascino il divano davanti al camino e vado a cercare qualche coperta. Grazie al Cielo quelle non mancano… chissà  perché!
Gli armadi delle due camere da letto sono pieni di lenzuola, trapunte e copriletti, così torno in soggiorno con una montagna di roba.
Mi accampo sul divano e tengo d’occhio il camino. Ogni tanto aggiungo legna e provo a tenere lo sportellino aperto ma non c’è proprio niente da fare… esce troppo fumo.
Questo cavolo di camino, che è pure bello grande, fa molta più luce che calore, dunque ne approfitto per levare le schegge di legno che mi sono entrate nelle dita.
Indipendentemente dalla mia volontà, mi addormento.

Mi risveglio nel mio bozzolo caldo di coperte e a fatica riesco ad aprire gli occhi perché ho pianto così tanto che sono tutti gonfi e  incollati.
L’unica cosa rimasta fuori dal bozzolo è il naso, e me lo ritrovo quasi ghiacciato  ma dovevo pur respirare.
Sono a pezzi, distrutta e non ho il coraggio di alzarmi ma devo.
Devo chiamare a rapporto il padrone di casa e farmi spiegare cosa non ha funzionato tra me e il caminetto.
Lui arriva subito e mi porge un gesto di pace: un cesto di funghi. Prima che io inizi a lamentarmi del camino,  mi dice che li ha raccolti ieri e sono specialissimi e di così belli e buoni se ne trovano solo qui al “Pic d-l Dragu”. Si chiamano “garitule” (ma si scrive garitole) e sono funghi pregiatissimi, persin più buoni dei porcini! E chi se ne frega.
Pic d-l Dragu?  E’ così che si pronuncia il nome di questo orribile posto?
“Ciao come ti chiami, che lavoro fai, dove abiti di bello?”
“Al Pic d-l Dragu”.
“Ma sei italiana?”
“ Certamente sciocchino! Vieni a trovarmi che ti preparo un cocktail di garitule!”

- Li porti ai suoi genitori e dica a sua mamma che nel risotto sono la fine del mondo! -
Morale della favola, all’ora di pranzo torno dai miei e porgo a mia madre un segno di pace.
Sono affumicata dalla testa ai piedi, mi sento uno straccio cencioso e sporco e voglio dimenticare tutto quanto mi è accaduto nelle ultime 12 ore, facciamo 24.
Solo dopo una settimana trovo il coraggio di tornare allo chalet.
E’ una bella giornata di marzo, il sole splende alto nel cielo e soffia un tiepido venticello di föhn. Insomma, dal momento che non si gela, proviamo a fare pace con la casa e suo caminetto.
Arrivo su per niente contenta e scarico dalla macchina un po’ di provviste alimentari più prodotti per pulire casa. Prima di tutto prendo il cesto di vimini che conteneva i funghi e lo sistemo bene in vista sulla mia catasta di legna in modo che il padrone di casa se lo possa riprendere quando vuole. Lui abita giù a Corio, mi pare anche in una mega villa fatta da lui  che di mestiere è impresario edile, ma qui al Pich ogni tanto ci viene per tenere pulito il suo pezzetto di bosco… e raccogliere funghi. Contento lui.
Questa casa ha anche il suo bel cancello, ma è alto un metro scarso, cioè è molto più basso della media nazionale, quindi non ha una gran funzione…. Qui tutto funziona a metà porca miseria! Comunque se  il padrone rivuole il cesto, e non mi trova in casa (probabile), ha solo da scavalcare.

All’imbrunire chiudo casa e scendo nell’angusto cortile dove a malapena ci sta la mia auto. C’è anche la legna nel cortile ma quella non dà alcun fastidio perché sistemata buona buona sotto la scala che porta ai miei appartamenti.
Mentre passo davanti alla legnaia, butto un occhio sul cestino di vimini e mi pare che dentro ci sia qualcosa. Ancora funghi?
Mi avvicino, qualcosa si muove. Non sono funghi, è un gatto.
Un gatto magrolino che al massimo avrà quattro mesi, abbastanza socievole direi. Mi fissa e miagola timidamente come a voler chiedere: posso restare qua?
Io gli dico: - Ciao micio, da dove spunti? – cercando di trattenere l’emozione di aver trovato un esserino baffuto nel cesto di funghi. Sembra che me l’abbia portato la cicogna.
Ci guardiamo e cominciamo una struggente conversazione.
- Sei maschio o femmina? –
- Meu! –
- Anche tu non hai nessuno che ti ami e non sai più che senso dare alla tua vita? –
- Meu! –
- Anche tu sei venuto qui per nasconderti da tutto e da tutti? –
- Meu! -
- Ma te da dove sbuchi, e una famiglia non ce l’hai? Ma lo sai che prima d’ora non avevo mai visto un gatto con il pelo uguale al tuo? Sei dello stesso colore del cesto… E scommetto che hai fame! –
- Meuuu! –
Finchè gli parlo va tutto bene, ma quando allungo una mano per accarezzarlo, lui balza fuori dal cesto per andare a rannicchiarsi in fondo alla catasta di legna e da lì mi guarda con disappunto.
Lentamente mi allontano, risalgo le scale e nel frattempo aziono il cervello pensando a cosa posso dare da mangiare al gattino. Mentalmente passo in rassegna le poche cose commestibili che ho portato su proprio quel giorno e lo sento di avere la cosa giusta per lui. Lo so che la soluzione è a portata di mano.
Trovato! I formaggini! Torno di sotto con un piattino e un formaggino.
Il gattino se lo sbaffa avidamente in quattro e quattr’otto, quindi vado a prendere tutta la scatola.
Meno male che avevo i formaggini. Non avrei mai potuto andarmene via senza aver dato almeno del cibo a questo piccolo animale in cerca di asilo.
Mi raccomando: non uscire da quel cancello! Io torno domani con cibo buono e una bella scatola di cartone per te. Ti lascio la mia sciarpa nel cesto, cerca di non rovinarla se puoi… A domani, ci conto eh!
- Meu! -

Quando il pomeriggio seguente torno su al Pich, del gatto non vi è traccia e in cuor mio ne sono contenta perché sento che quel posto non fa per me ed è quindi meglio che io non stringa amicizia con nessun gatto o cane di passaggio. Io per prima sono solo di passaggio.
Forza e coraggio, c’è da finire quello che ho cominciato ieri, cioè le pulizie, anche se non ha senso pulire una casa che non userò.
Tutto si può dire di questo chalet (isolato, freddo, mi respinge) tranne che sia brutto. Di recente costruzione, legno fuori e cemento dentro, infissi di prima qualità, completamente arredato e attrezzato di tutto. Certo questo tutto erano i mobili che una volta stavano nella tavenetta del mio padrone di casa ma devo ammettere che si tratta di roba buona e ben tenuta. Hai capito lo spartano?
Spalanco le finestre per fare entrare il föhn, così i pavimenti si asciugheranno prima, e mentre mi rimbocco le maniche, concretizzo che il vento si sta facendo irrequieto.
La superdonna che è in me esce subito sul terrazzo e blocca al muro le ante di porta e finestre, ruotando le staffe di sicurezza che si trovano alla base delle ante. Le ante smettono subito di sbattere, ottimo lavoro Anna.
Improvvisamente, dopo cinque minuti arriva una raffica di vento così forte da far saltare  i fermi delle ante e queste cominciano a sbattere violentemente contro il muro.
Chiudo le finestre e corro sul balcone per vedere cosa diavolo sia accaduto, così vengo anch’io investita dal vento che mi butta i capelli per aria e mi fa ingoiare una boccata di polvere!
A me il vento forte è sempre piaciuto, ma qui si esagera. E quando mi accorgo che le staffe di sicurezza sono tutte piegate, cado nella più cieca disperazione: con i ferri storti le ante non si possono più chiudere.
Il vento comincia a picchiarmi e picchia anche sulla facciata della casa dove le ante sbattono avanti e indietro, avanti e indietro e non vedo come uscire da questo dramma, non trovo soluzione! Ogni tanto vengo colpita da foglie e rametti che mi frustano dappertutto e mi sento una trottola che gira sul balcone, balcone a strapiombo sull’inferno!
Tutto si svolge freneticamente e io devo trovare una soluzione prima di essere spazzata via insieme alle ante delle finestre!
Il cellulare non invia chiamate, qui non c’è nessuno a cui chiedere aiuto e io sono sempre più disperata: DIO PERCHE’ MI FAI QUESTO!
Il vento grida molto ma molto più forte di me, maledetto. E io penso a quanto mi costerà sostituire queste ante di legno massiccio, sperando che una volta scardinate dal vento non vadano ad infrangersi contro qualcosa o qualcuno! Sarei finita!
Ma improvvisamente mi si accende UNA lampadina. Ho UNA speranza.
Torno in casa, prendo una scopa e la metto di traverso tra l’anta di una finestra e la ringhiera del balcone. E’ un miracolo: la misura è perfetta e l’altezza anche. Sono riuscita ad immobilizzare un’anta contro il muro, ne ho ancora tre da bloccare.
Prendo le scope e gli spazzoloni che mi sono rimasti (due già c’erano e due li ho portati io) e fisso al muro le altre ante impazzite incastrando gli scopettoni tra di esse e la ringhiera. Tutto combacia, tutto funziona, lo spazio è perfetto.
Quattro sono le ante compromesse e quattro i bastoni a mia disposizione.
Nonostante io sia riuscita ad evitare una catastrofe, sono sconvolta, spaventata e traumatizzata dalla cattiveria del vento.
Domani spiegherò l’accaduto al padrone di casa che DOVRA’ accettare le mie  dimissioni: Come segno di pace porgerò quattro staffe nuove e buonanotte al secchio. Perderò la caparra ma avrò salva la vita.


Ma quanto mi sta costando questa casa?
Ho girato mezzo mondo per trovare i ferri uguali a quelli che si sono rovinati ieri e ho perso un’intera mattinata di lavoro.
Dopo pranzo torno allo chalet ed in cima alla legnaia ci trovo il gatto dell’altro giorno.
Ciao micio, qual buon vento?
A proposito di vento, oggi neanche una bava. Peccato, volevo far capire all’allegro padrone di casa il dramma che ho vissuto ieri in questo posto maledetto e ridargli le chiavi al più presto.
E’ proprio il micio dell’altra volta e lo riconosco da un particolare che già mi aveva colpito al primo incontro: i baffi. Questo gatto ancora piccolo ha dei baffi incredibilmente lunghi e candidi che spiccano sul mantello scuro. Non avevo mai visto un gatto con il pelo di questo colore. Colore marrone bruciato chiazzato di nero, grigio, arancio, senape, bianco… Sembra che abbia preso in pieno la fiammata di un drago.
Rifacciamo un po’ amicizia e quando scende dalla catasta di legna posso ben vedere che non di gatto si tratta ma di gatta. E’ una femminuccia baffuta e miagolante che in altra occasione avrei riempito di attenzioni, ma oggi sono di umore strano e mi limito a darle del cibo.
I croccantini non li considera. Evidentemente si aspetta i formaggini dell’altra volta.
Non credo sia un gatto, ops!  una gatta abbandonata a se stessa, altrimenti i croccantini li avrebbe mangiati eccome! Non è patita e non ha paura dell’essere umano che è in me. Spero tanto che abbia un padrone da qualche parte e sia venuta solo per i formaggini.
Ma non è un po’ piccina per andare a caccia di formaggini tutta sola? Avrà al massimo quattro mesi. Però, che gattina impavida!
All’ora stabilita arriva su il padrone di casa che d’ora in poi chiameremo Piero, e con il cuore un po’ triste mi preparo a dirgli che me ne andrò.
- Oh signorina, vedo che ha fatto amicizia! Brava brava, quel gatto lì è sempre solo! –
Punto primo è una femmina, punto secondo come mai “egli” conosce già il felino?
- Se non gli davo da mangiare io chissà che fine faceva quel povero gatto! –
E’ una gatta. Ma da dove arriva questa gatta?
Piero mi spiega che in quel posto lì girano dei gatti che vivono allo stato selvatico. Pochi ma buoni, nel senso che se la sanno cavare benissimo anche senza un padrone perché ottimi cacciatori, ma anche per loro vale la legge che sopravvive il più forte. Se così non fosse, qui ci sarebbe un’invasione di gatti! Sentenzia Piero.
- Dunque qui ci sarebbero altri gatti… e come mai “questo” non è selvatico? –
- Perché questo l’ho tirato su io dopo che la volpe si è mangiata la madre e il resto della cucciolata. –
COSA? Le volpi mangiano i gatti? E le persone?
- Eh sì , è la fine che fanno i micini quando la mamma li porta in giro per insegnargli a cacciare. – Continua Piero come se niente fosse.
- Sono deboli e puzzano di latte… E’ la legge della natura! -
Ciò che sento mi fa trasalire e provare tanta pena per quella povera gattina scampata alla morte chissà come.
- La madre ogni tanto girava per qua, pensi che era tutta bianca con gli occhi azzurri! Mia moglie voleva che la portavo a casa ma quella gatta lì mica si faceva prendere! Avesse visto che bella che era! –
Invece questa qui non sa di niente e a Piero non è mai passato per la testa di portarsela a casa. Povera cucciola.
- Anche questa gattina è bella… - sostengo io a difesa della tenera baffuta – E’ colorata strana ma carina lo stesso. –
- A me non piace. – Taglia corto lui - Ma è fortunata che è mimetica. Se non era mimetica mica si salvava! Ah Ah Ah! –
Finito di ridere, Piero mi chiede come mai l’ho fatto venire su.
- Mi dica signorina, doveva parlarmi di qualcosa? –
- Eh sì, le dovevo parlare proprio di questo gatto: lo posso tenere in casa? -


Cara gattina, finchè io avrò una casa, anche tu avrai una casa.
- Meu. -
Per tutto il pomeriggio tengo d’occhio la gattina mentre vado avanti e indietro per le mie faccende.
Innanzi tutto devo trovare una sistemazione per la casetta di cartone che ho preparato per lei e credo che la metterò nel sottoscala in cima alla legna, ma prima devo portare in casa un bel po’ di tronchetti dal momento che stanotte resterò qui a dormire. Così ho deciso. E di certo la gattina passerà la notte in casa con me, perché finchè io avrò un divano su cui dormire, a lei toccherà la poltrona. A tal proposito sarà meglio accendere SUBITO il camino così se tutto va bene per stasera riusciremo a raggiungere la temperatura di due gradi centigradi.
La gattina mi tiene d’occhio per tutto il pomeriggio e mi fa miao quando le rivolgo la parola.
Dopo ore di tentennamenti si decide ad entrare in casa e con occhi sgranati si mette ad osservare tutto ciò che la circonda. Qui comincia a miagolare ansiosamente in preda all’emozione e alla paura, nonostante ciò non perde mai di vista la porta d’ ingresso che DEVE restare aperta, la sua via di fuga.
Guarda bella mia che prima o poi quella porta lì la dovremo chiudere altrimenti moriremo di freddo.
Il pensiero di passare un’altra notte in questa casa fredda e ostile, su questo divano da disinfestare, davanti a un camino tanto grande quanto inutile… dicevo, il pensiero di ciò che vado a fare mi risulta quasi gradevole perché mi voglio godere la compagnia della gattina e voglio vederla felice! Il mondo non ci ha volute quindi arrangiamoci fra di noi.
Non so tu, piccola orfanella, ma io mi sento come una ragazzina alla gita di terza media.
Non è poi tutto così spaventosamente ostile come  la prima notte che ho dormito qua, anzi sono emozionata, curiosa di vedere come ce la caveremo io e te tra queste quattro mura. Io nel mio sacco a pelo di coperte e tu che di continuo sali e scendi dal divano perché ogni carezza ti spaventa ma nello stesso tempo ti piace.
Verso le due del mattino, la gattina diventa molto nervosa e comincia a cercare qualcosa per tutta la casa. Dopo tanto girovagare si eclissa in bagno e fa pipì per terra. Dopo un po’ anche la cacchina. Lei è piena di vergogna per aver sporcato il mio territorio, invece io sdrammatizzo pulendo velocemente.
Bene micina, adesso puoi rilassarti e fare un bel riposino.
Le ore passano ma lei non riesce proprio a stare tranquilla e ferma. Evidentemente si sente in trappola però non ha il coraggio di uscire fuori al gelo.
L’agitazione della gattina comincia a darmi fastidio, e mi danno fastidio i suoi uncini quando tenta di giocare con le mie mani ed i miei capelli. E poi non la finisce di miagolare, così ad un certo punto, verso le quattro del mattino, la bastarda che è in me decide di sbarazzarsi di lei aprendo la finestra del bagno e buttandola in strada (1m. di altezza).
Vai e che Dio ti benedica, gatta!
Se la volpe non ti ha mangiato fino adesso, probabilmente non lo farà neanche stanotte.

I giorni passano e la gattina non si fa viva.
Ero convinta che me la sarei ritrovata sempre fra i piedi invece è scomparsa nel nulla.
Nella speranza di rivederla, io ho comprato dell’ottimo cibo per lei, scatolette di prima qualità; poi mi sono attrezzata di lettiera, sabbia e trasportino, quest’ultimo nel caso si presentasse ferita e dovessi portarla dal veterinario.
Ogni tanto mi vado a fare dei giretti intorno alla casa nella speranza di vederla anche solo da lontano, ma di lei non c’è alcuna traccia.
Non posso neanche dire che mi manchi perchè non ho avuto il tempo di affezionarmi alla bestiola, casomai mi sento in colpa di averla depositata fuori casa nelle ore più fredde del mattino, esponendola a pericoli che lei avrebbe evitato se lasciata per tempo alle sue abitudini.



IL DISGELO

I giorni passano e passa anche il freddo terribile dell’inverno.
Durante i miei giretti perlustrativi ho scoperto che questa casa possiede un campo da bocce.
Più di una volta mi sono immaginata di vederci lì mio padre intento a giocare con alcuni suoi amici festaioli, tutti sbracciati e contenti, e magari si potesse fare!
Ma prima di portare i miei genitori quassù e presentargli questo popò di casa, devo io prendere confidenza con il posto e trovare un minimo di sintonia con lo chalet. Fa paura a me questo luogo, figuriamoci ai miei vecchi!
Mia madre poi, se sapesse che sua figlia abita da sola in un bosco popolato da volpi e draghi, potrebbe anche farsi venire il fuoco di Sant’Antonio.
Spesso e volentieri mi domando perché cavolo non ho il coraggio di mollare tutto ciò.
Per aspettare un gatto che di me se ne frega?
Perché voglio vedere se sopravviverò anche a questa disgrazia? O semplicemente desidero morire?

Arriva il giorno in cui io e il Pich dël Drago decidiamo di andare d’accordo.
Un bel pomeriggio di primavera, cupo, uggioso e desolato, apro le finestre del soggiorno  per cambiare aria. Il camino scalda poco ma chissà perché asciuga parecchio l’ambiente e a me è venuta una rinite pazzesca! Devo inalare vapore acqueo prima che mi si secchino anche le budella.
Apro le finestre a malincuore sapendo che buona parte del calore se ne andrà, e mentre mi godo la balsamica umidità dell’aria pulita vedo che da una finestra spalancata sta entrando qualcosa di grigio. E’ una massa leggera dai contorni precisi, qualcosa che avanza lentamente e rimane compatta. Non è fumo, non è vapore, non è nebbia.
E’ una nuvola. Una piccola prova di immensità.
Come la lava incandescente scorre adagio giù per il fianco di un vulcano, così il braccio di quella nuvola è entrato lentamente dentro la mia casa ed ha manifestato la sua esistenza.
In quei momenti tutto di me ha gioito. Per la prima volta nella mia vita ho avuto un incontro ravvicinato con l’infinito che secondo me è Dio.

Questo magnifico evento mi ha riportato alla mete un episodio della mia infanzia che avevo completamente dimenticato.
Tanto tempo fa, sotto il condominio dei miei genitori, c’era una bottega che vendeva occhiali e ci lavorava una signorina molto simpatica d nome Laura.
Soprattutto d’estate, durante le vacanze scolastiche, io scendevo in strada a farmi dei giretti e speravo sempre che Laura fosse sola, senza clienti e senza titolare, per entrare nel negozio e contarmela un po’ con lei.
Il nostro passatempo preferito era “farci le unghie”.  In realtà faceva tutto lei: prima mi toglieva lo smalto vecchio con un batuffolo di cotone imbevuto di acetone e poi mi metteva lo smalto nuovo, sempre rosso.
Io ero affascinata da Laura, lei per me era una dea, la vedevo bellissima, perfetta.
Mi chiedevo però come riuscisse a stare tutto il santo giorno con addosso quei pantaloni stretti stretti sul sedere e larghi larghi al fondo dove non serviva spazio. Poverina, quanto spirito di sacrificio. Eppoi era spesso triste perché il suo capo la trattava male.
Con me era sempre buona, paziente e disponibile, una santa.
Un pomeriggio, mentre ci facevamo le unghie, io le confidai che uno dei miei sogni più grandi era quello di poter camminare sulle nuvole.
- Ma non è possibile… -
Mi disse lei mentre svitava e avvitava i tappi delle boccette.
- Le nuvole sono fatte di vapore, tante goccioline d’acqua che si tengono per mano.-
Io subito non le credetti e cercai di controbattere, ma lei mi spiegò che le nuvole non erano fatte ne’ di lana e ne’ di gelato al limone.
Mi spiegò che se un uomo si fosse per esempio lanciato da un aeroplano sperando di rimbalzare su una nuvola, il poverino ci sarebbe passato in mezzo come si fa con la schiuma e si sarebbe schiantato da qualche parte sulla terra dopo un volo di tanti chilometri.
- Le nuvole esistono perché le vediamo da lontano… -
Spiegava Laura con lo sguardo rivolto alle mie piccole mani.
Sono sicura di aver taciuto per un po’. Prima grande delusione della mia vita.
Unico conforto: le dita di Laura che mi solleticavano i polpastrelli e poi quel leggero massaggio con l’acetone freddo, buono anche se puzzava.
Ma la cosa più bella del mondo era quando arrivava sull’unghia quel goccino di smalto rosso! Anche lui freddo, ma profumato come un ghiacciolo alla fragola appena scartato.
Che goduria, avrei ripetuto l’operazione cento volte di seguito.

Ci avevo messo tanto tempo e tanta buona volontà per farmi una ragione di quanto Laura mi avesse rivelato (ero molto piccola per capire certe stranezze della natura), e invece alla tenera età di trentacinque anni devo rimettere tutto in discussione.
Non è vero che le nuvole esistono perché le vediamo da lontano.
Esistono anche da vicino, e quando te ne entra una in casa ti sembra di toccare il cielo con un dito.
Diamo atto a Laura che su una cosa aveva ragione… non ci puoi camminare sopra. Però ci puoi parlare infatti io e la nuvola abbiamo deciso di essere più tolleranti l’una con l’altra. Lei mi ha promesso che quel posto non mi avrebbe più fatto paura e io mi sono impegnata a conoscere l’anima del Drago.

Lo chalet è un luogo dove ci lavoro bene.
Le mie giornate trascorrono velocemente tra cartamodelli- stoffe- legna- canzoni alla radio e… telefonate mute.
C’è qualcuno che si diverte a telefonarmi e poi non parla. Che pirla.
Sono sicura che sia Vanni. Il poverino ancora non ci crede che io l’abbia lasciato per davvero e spera così di ottenere una qualche reazione da me.
Deve proprio avere la coscienza sporca se non trova il coraggio di parlare. Parlasse pure, dicesse quel cha ha da dire, tanto io per lui non provo più niente.
A parte il fatto che il mio lavoro di costumista è talmente bello e faticoso che a fine giornata mi sento appagata senza aver pensato ai fidanzati passati presenti e futuri, dicevo a parte ciò  io mica ho tempo da perdere dietro ai ricordi! Ramazza il cortile pieno di foglie dopo un piovasco, raccogli rametti secchi per accendere il fuoco, leva la cenere che vola per tutta la casa anche se il camino è sempre chiuso. Maledetto camino…
In conclusione ora nella mia vita non c’è spazio per un uomo.
Anzi devo recuperare il tempo che ho perso a piangere per le malefatte di Vanni e tornare ad essere una costumista competitiva.
Io e la mia socia Patrizia siamo una perfetta macchina da guerra. Ora più che mai.
Lei è quel tipo di donna che riesce a sostenere qualunque tipo di conversazione perché tanto parla solo lei.
Suo marito, il secondo e per la cronaca molto più giovane di lei ma meno arzillo, si diverte a dire che Patrizia è “caricata a molla”, ovvero è irrefrenabile.
Questa sua vitalità prorompente le permette di fare un  sacco di cose e conoscere una marea di gente, gente di ogni tipo, classe sociale e nazionalità (tanto parla sempre lei).
Solo una cosa non le riesce di fare: lavorare. A malapena riesce a prendere le misure ai
clienti peraltro incantati dal suo grande talento espresso a parole.
Ma se Patrizia passa la vita a gironzolare e chiacchierare, ovviamente non può realizzare quei bei costumi che si fa pagare a peso d’oro. E qui entro in scena io che di fatto sono la vera creativa, la vera esecutrice- aggiustatrice-trasformatrice di costumi e affini.
Io non ho il suo carisma e lei non ha la mia preparazione, ma insieme ci compensiamo.
Il nostro cliente preferito è la coppia di pensionati arzilli che vuole andare al carnevale di Venezia, poi al secondo posto abbiamo la famigliola piccolo-borghese innamorata delle rievocazioni storiche, e al terzo posto ci sono i classici tipi da sfilata medioevale, solitamente coppie di fidanzati,  che vogliono fare invidia alle altre coppie.
In realtà tutti vorrebbero avere il costume più bello del gruppo e allora Patrizia in casa sua ha appeso un cartello consolatorio:

OVUNQUE TU ANDRAI
TROVERAI SEMPRE CHI HA IL COSTUME PIU’ BELLO DEL TUO
MA CI SARA’ ANCHE CHI CE L’HA PIU’ BRUTTO


Il Signore ha avuto pietà di me e ha fatto in modo che durante i mesi freddi di neve ne sia caduta proprio poca. Viceversa se ci fossero state abbondanti nevicate, non sarei mai riuscita a raggiungere lo chalet a bordo della mia Mariuccia, piccola utilitaria sprovvista di pneumatici da neve e catene.
Mi è andata bene e per il futuro si vedrà. Una cosa alla volta, una casa alla volta.
Ora mi sento quasi pronta a portare quassù mio padre e mia madre e svelare loro in che razza di posto son finita a vivere.
Ho fatto pace con la casa e le forze della natura che mi tengono d’occhio dalla mattina alla sera, quindi intravvedo la possibilità di accogliere altri esseri umani in questo angolo di primitiva bellezza.
Per giorni  preparo un piano anti- shock al fine di rendere meno traumatico l’incontro fra i miei e una casa a picco sul niente, e devo dire che forse due belle idee mi sono anche venute: mio padre lo porto subito ad ammirare il campo da bocce, invece mia madre prima la bendo e poi la trascino su in casa con la scusa che non so come pulire il frigorifero. Strofinare è tutta la sua vita.
Il giorno tanto atteso e temuto arriva.
E’ una bella domenica di maggio e verso le tre del pomeriggio carico i miei su Mariuccia e partiamo alla volta del Pich. Mia madre è taciturna, mio padre così così, mi sembra contento di non guidare lui per una volta. Pomeriggio diverso dal solito.
San Gennaro e Sant’Antonio conto su di Voi!
Finalmente arriviamo. I miei han perso l’uso della parola.
Come da copione presento la casa da un punto di vista strategico, cioè lontano dallo strapiombo, e declamo i pregi di tutto l’ambaradan come farebbe un agente immobiliare.
- Papà vieni a vedere cosa c’è qua… un bel campo da bocce! –
Poi la prospettiva cambia e torniamo nel cortiletto dove Mariuccia si sta rianimando dopo estenuate salita con tre persone a bordo. Dirotto i miei su per le scale e li trascino in casa facendo finta che il precipizio sotto di noi non esista.
Io elogio la casa, l’arredamento di terza generazione (cioè di tre generazioni fa ma ben tenuto), però loro tutto questo splendore non lo vedono.
Ad un certo punto mia madre si mette a guardare il caminetto e poi chiede:
- Ma dove sono i termosifoni? –
Nel frattempo mio padre è uscito sul balcone a fumarsi una sigaretta e lo vedo che si guarda intorno. Fa lunghe panoramiche che vanno da Ovest ad Est e da Nord a Sud. Poi torna dentro con gli occhi spiritati (oddio!) e mi fa:
- Il fiume qui sotto è il Malone? –
Porca miseria papà, ti avevo raccomandato di non pronunciare le parole sotto, giù, in basso! E poi non mi ero mai accorta che qui c’è un fiume!
Il viaggio di ritorno è triste e silenzioso. Ora i miei genitori hanno la conferma di avere una figlia malata di mente, senza speranze-futuro-marito-figli. Una troglodita eremita facile preda di ladri e assassini, orsi e lupi mannari.
Il mio piano è fallito.
Il mio piano è miseramente fallito e dopo esattamente un mese dall’aver mostrato ai miei, coraggiosamente, la mia situazione abitativa, la situazione è la seguente: mio padre sta pescando giù al Malone e mia madre pianta i pomodori sammazano in un pezzettino di terra a lato dello chalet. Felici come non mai.
Altro che bocce, altro che pulizie! Quelli si stanno divertendo un mondo e fanno cose che da una vita sognavano di fare. Un punto a mio favore finalmente!
Io nel frattempo mi rilasso e guardo la televisione seduta al tavolo della cucina.
Oggi mi sento in pace col mondo intero e innanzitutto con me stessa.
Intravvedo il senso di essere finita qui.

Ho lasciato la porta di casa semi aperta e d’un tratto con la coda dell’occhio vedo qualcosa che si muove sul balcone. Resto ferma al mio posto e aspetto che la cosa si renda più visibile.
Un musetto di gatto fa capolino al fondo della porta.
Quei lunghi baffi bianchi mi sono familiari.
- Micia! Sei tu! –
Lei soffia e miagola spaventatissima.
Lentamente esco sul balcone e lei fugge. La chiamo con tono di voce basso e rassicurante, lei torna e poi scappa, miagola e soffia visibilmente impaurita ma bisognosa di qualcosa.
Qui ci vuole un formaggino.
Lei addenta il turgido formaggino e se lo porta via velocemente quasi l’avesse rubato.
Noto con piacere che non è patita e neanche ferita, anzi è diventata una bella signorina, casomai un tantino isterica. Poi torna per il secondo e per il terzo formaggino. Al quarto la paura è quasi sparita del tutto però continua a soffiare credo per abitudine.
Finito il pasto mi siedo all’ombra sui gradini che dal balcone portano al cortile e la gatta mi viene vicino. La prendo in braccio, lei lascia fare per sdebitarsi, e mi accorgo che ha capezzoli e mammelle ingrossati.
- Micia stai allattando, sei diventata mamma! –
Il cuore mi si riempie di tenerezza e mi chiedo come lei sia riuscita a mandare avanti la sua vita in quel posto sperduto fra mille pericoli e  calamità del tempo.
- Come mai sei sparita? Dove sei stata in questi mesi? Scusa se ti ho buttato fuori di casa in una gelida notte, non lo farò mai più anzi, da oggi se vuoi questa è casa tua e dei tuoi piccoli. Sono tante le cose che devo imparare da te. –

Nelle settimane successive mi impegno a riconquistare la fiducia della gatta mettendomi a sua completa disposizione. In verità lei non chiede molto. Arriva una volta al giorno, in orari diversi e si piazza davanti alla porta di casa aspettando di essere vista. Quando vede che la vedo si mette a soffiare e miagolare convulsamente, segno di una profonda paura- diffidenza verso tutti e tutto. Sicuramente nel periodo in cui è sparita deve averne viste di tutti i colori. Non capisco proprio perché non sia tornata prima.
Finchè un giorno si decide ad entrare in casa per consumare il pasto al riparo dal solleone. Apposta le mettevo il piatto negli angoli più assolati.
Non avanza di molto. Supera la soglia della porta e si mette a mangiare voracemente tenendo d’occhio me e la porta che deve restare assolutamente aperta! Quindi guai se mi avvicino a lei e alla maledetta porta che la separa dal suo mondo e dai suoi piccoli.
Tutta l’estate così.

Riassumendo, ho uno chalet, un campo da bocce, un fiume, un gatto da sfamare, un cortile da spazzare, un orto da annaffiare, un telefonino che squilla tanto per squillare… e io quando lavoro?
Vero è che siamo in estate e mi potrei concedere un periodo di meritato riposo come fanno tutti gli altri… ma io non ce la faccio proprio ad annoiarmi e se non lavoro sto male. Così non penso alle cose tristi e non mi incavolo per le telefonate mute che ogni tanto mi arrivano.
Tempo fa lessi un bel libro intitolato “La bruttina stagionata” opera di tale Carmen Covito. Non ho mai saputo che fosse questa scrittrice ma se mi ricordo ancora il suo nome vuol dire che è stata brava a scrivere quel libro; e mi ricordo pure tutto il libro, infatti ad un certo punto della storia succede che la protagonista  (presunta bruttina e stagionata) comincia a ricevere telefonate mute e lei spesso si chiede chi sia l’uomo misterioso che si diverte a fare il pesce. Ebbene, verso la fine del romanzo, la bellissima bruttina scopre con stupore che a farle quelle telefonate non è un uomo bensì tre! E tutti hanno un debole per lei, anche se non la meritano. Alla faccia della zitella! Altro non svelo sennò rovino il colpo di scena finale.
E se anche le mie telefonate provenissero da tre telefoni diversi? Facciamo finta di sì, dunque chi potrebbero essere le tre persone che mi chiamano in forma riservata e poi tacciono? Se escludiamo i miei genitori che neanche sanno si possa nascondere un numero, rimangono da sospettare: primo fra tutti Vanni che non si rassegna, poi forse il mio padrone di casa che vuol sentire se sono ancora viva… e magari la mia seconda mamma , Patrizia, per nulla contenta di avermi trovato casa in un bosco.
Oppure potrebbero essere le mie tre amiche separate (dal marito e a volte anche da se stesse) con cui ogni tanto vado a ballare ma mi sembra molto improbabile. Quelle in testa hanno solo gli uomini, figuriamoci se fanno le telefonate mute a me.
Ovviamente il colpevole è Vanni.


LE FOGLIE MORTE

Eh sì, cara micia, ce la siamo spassata questa estate vero?
Mio padre che pescava, mia mamma che si ammirava l’orto, tu che mi venivi a trovare… Peccato che tra poco arriverà il freddo con annessi e connessi.
Che tristezza, se ci penso mi viene da piangere, ma la superdonna che è in me ha già provveduto ad ordinare la legna per il camino, ben dieci quintali e speriamo bastino.
Poi un giorno arriva il vento che di mestiere fa cadere le ultime foglie dagli alberi e io mi ritrovo cortile e strada sommersi da mezzo metro di foglie scrocchierelle.
Nonostante Piero mi abbia procurato un bel rastrello, io ci metto tutta una mattina a buttarle giù nel vuoto. E per tutto il tempo la gatta mi è venuta dietro ciondolante, contenta di vedermi ruscare.
Micia senti un po’, a me fa piacere che mi vieni a trovare sempre più spesso, ma non ti sembra di trascurare i tuoi pargoletti gatti? E quando ti decidi a farmeli conoscere? A quest’ora dovrebbero avere cinque o sei mesi…
Il giorno dopo torna il vento e mi ributta le foglie esattamente dove erano prima e nella medesima quantità, se non di più.
Dal nervoso che mi viene, poco ci manca che mi trasformi nell’Incredibile Hulk, e se la metamorfosi non avviene è solo perché sono ancora priva di forze dopo la rastrellata del giorno prima.  Ore di lavoro buttate al vento, è proprio il caso di dirlo.
Io queste foglie morte le odio così tanto perché mi annunciano che sta arrivando l’inverno.
La povera diavola che è in me si domanda cosa succederà quando il freddo e la neve prenderanno possesso di questo luogo così vicino al cielo.
Ogni foglia morta equivale a un bollettino di guerra: Tenetevi pronti, sta arrivando il generale inverno!
La soluzione ideale sarebbe quella di abbandonare lo chalet per almeno tre mesi e trascorrere l’inverno dai miei che tanto non muore nessuno, ne’ io di freddo ne’ loro di angoscia sapendomi sola in un bosco gelido e innevato.
Ma tenuto conto che io non sono più sola perché ora ho una gatta che ha scelto di diventare mia (o viceversa), questo chalet è l’unico posto al mondo che riesco a chiamare “casa mia”. Io mi sento al sicuro solo qui dentro.

La PRIMA cosa da fare è assicurarsi che la famiglia non si allarghi e PRIMA che sia troppo tardi bisogna contattare il veterinario di Corio per sterilizzare la mia piccolina.
Il tutto va fatto PRIMA che cada la PRIMA neve cosicchè io possa portare la micia avanti e indietro sulla mia Mariuccia.
Quando quel terribile giorno arriverà, nulla mi dovrà impedire di correre da lei in qualunque istante. Al suo risveglio SUBITO dovrà sentire la mia voce e avvertire il mio odore. PRIMA torneremo al Pich e PRIMA mi perdonerà di averla tradita, imprigionata, abbandonata e spaventata.
Quindi vietato nevicare quel giorno!
Quel giorno arriva e sembra che tutto sia andato bene.
Giunge anche il sospirato momento in cui apro la porta di casa e adagio sul divano il trasportino con dentro la mia gatta parecchio intontita dall’anestesia.
Sono le cinque del pomeriggio e fuori è già buio pesto, siamo a dicembre.
Finalmente sono felice perché ho ritrovato lei, una parte di me e siamo di nuovo insieme. Tutto tace. Radio e TV restano spente per lasciarla riposare. In sottofondo solo il crepitio del fuoco che sembra plaudire al suo ritorno.
Passano le ore ma la gatta non si riprende dal torpore. Sta molto male e piange emettendo un miagolio straziante. Se mi avvicino soffia .
In preda al panico, telefono al veterinario e lui mi rassicura dicendo che è tutto normale.
Sarà, ma io mi maledico per ciò che la gatta sta passando e penso che se dovesse morire mi scoppierebbe il cuore di dolore. Come ho potuto decidere della sua vita? Chi mi ha autorizzato ad abusare di lei, della sua ritrovata fiducia in me, del bene che mi vuole?
E’ merito suo se ho realizzato un po’ di pace nella mia vita. E l’ho trovata qui al Pich dove sono rimasta per aspettare lei, una gattina rannicchiata in un cesto.
Trovando te ho trovato una casa e aspettando te ho imparato ad apprezzare questo luogo. Qui ho scoperto un’oasi di pace, colori e profumi. Qui ho visto i miei genitori divertirsi come non facevano da anni, li ho scoperti tenersi per mano e guardarsi con amore.
Hai già cambiato la vita di tre persone mentre io ti ho condannato alla solitudine.
Indipendentemente dalla mia volontà mi addormento sulla poltrona e quando verso le sei del mattino apro gli occhi, lei è rannicchiata davanti alla porta e sibila disperatamente che vuole uscire: Per pietà, fammi andare via!
Mi avvicino per capire come stia. E’ fiacca e se la tocco soffia. Vuole fuggire dall’essere che l’ha tradita.

Da quando è piombato il freddo al Pich, io trascorro tutti i week-end a casa dei miei genitori. Lì mi riscaldo, mi rifocillo, faccio provviste e faccio anche la figlia. A volte mi dispiace quasi che arrivi il lunedì perché la famiglia, presa a piccole dosi è magnifica e poi mi deprime il pensiero di tornare in una casa gelida.
Stavolta non vedo l’ora di tornare allo chalet per vedere se c’è la mia gatta e in quali condizioni la troverò.
Arrivo su e lei è già davanti al mio cancello.
Toppo bello per essere vero. Lei è più contenta di me, felice del mio ritorno, arzilla, euforica!
Sistemo l’auto nel piccolo cortile, scendo e finalmente la posso accarezzare e stringere . Lei ricambia con effusioni concitate che hanno qualcosa di strano e sono diverse dal solito, cioè dai soliti lunedì dopo il week-end di lontananza. Questa volta sembra che si voglia scusare di aver dubitato di me. E’ quasi pentita di avermi maltrattato e abbandonato. Evidentemente  si è ripresa bene dopo l’intervento.
Ok micia, ora che ci vogliamo bene più di prima ed abbiamo capito che non possiamo stare l’una senza l’altra, credo sia arrivato il momento che io ti dia un nome.
Se tu fossi un maschio ti chiamerei volentieri Grisù, come il draghetto dei cartoni animati che sognava di diventare un pompiere. Nome perfetto per una figlia del Drago che come te ha il manto color “caldarrosta”.
Ma sei femmina, quindi non va bene. Ti potrei chiamare Dragoncella, Fiamma… Vediamo un po’: Bianco Baffo mi sa di Alice nel paese delle meraviglie e Tizzone Rovente mi ricorda Balla coi lupi. Oltretutto pure questi sarebbero nomi da maschio.
Bè, ti ho trovato in un cesto dove prima di te c’erano delle garitole… potrei chiamarti Garitola (leggi Garitula). Ma Garitola è un nome buffo, mentre tu hai sempre lo sguardo severo e diffidente.
Senti micia, ho deciso di chiamarti Garitola e questo è  l’ultimo dispetto che ti faccio.
Adesso può anche nevicare.

Combinazione nevica di sabato e domenica, cioè quando io sono dai miei.
Allarmato dall’ingente quantità di neve caduta su tutto il Piemonte, Piero mi telefona per sapere se sono bloccata su allo chalet.
Era dal 1986 che non si verificava una nevicata eccezionale come questa e su al Pich c’è un metro di neve, dice il padrone di casa.
Me lo sentivo che qualcosa di terribile stava per abbattersi nella mia vita e per l’angoscia mi è venuta l’influenza. Erano anni che non mi veniva un’influenza così pestifera… esattamente dal 1986! (Nevicata pazzesca, giungo a Torino col trenino delle Valli in ritardo di ore, dunque mi affanno a raggiungere la mia scuola attraversando il centro cittadino a piedi lottando contro la fitta neve caduta a terra e che mi arriva alle ginocchia motivo per il quale i trasporti pubblici sono in tilt. Ma io non mi arrendo e giungo davanti all’Accademia di Belle Arti, mia scuola, completamente zuppa di neve e sudore, e sto per cantare vittoria quando sul portone dell’istituto, vedo un foglio con su scritto: SCUOLA CHIUSA PER NEVE).
Piero è sollevato nell’apprendere che non sono bloccata in casa su al Pich e mi dà una buona notizia. Lunedì passerà una ruspa a togliere la neve dalla mia/nostra viuzza privata.
E’ la ruspa di tutti quelli che hanno una strada privata nelle frazioni sopra Corio e a pagare il servizio ci penserà lui (per i nostri cento metri di salita, intendiamoci!)
Già, perché quello è un lavoro che gli spazzaneve del sindaco neanche si sognano di fare.
Hai voluto la strada privata? Goditela!
Piero insiste che vuole-deve assolutamente pagarlo di tasca sua l’uomo della ruspa e io so il perché: si sente in colpa di avermi affittato una casa dal riscaldamento fatiscente. Quel camino che tira male è una spina nel fianco anche per lui e lo sa perfettamente che sono obbligata a spendere troppi soldi per la legna.
Ma ora il mio unico pensiero non è l’influenza, non è la strada e non sono i soldi. Il mio unico pensiero è Garitola. E sentendo Piero così armato di buoni propositi, lo supplico di fare un salto su allo chalet per vedere che fine abbia fatto la mia gatta e portarle tantissimo cibo. Naturalmente dopo che la ruspa avrà tolto la neve.

Non appena l’influenza mi dà tregua, mi armo di tanto coraggio e mi avventuro su al Pich:
La furbacchiona che è in me ha provveduto a portarsi dietro una pala da neve, gli stivali da pescatore di mio padre e una macchina distruggi-neve alta un metro e sessanta: mia madre!
Arriviamo al Pich del Drago senza alcun problema, ma davanti allo chalet troviamo una bella sorpresa. La ruspa ha depositato una montagna di neve proprio a ridosso del cancello, e per entrare nel cortile si può solo trapassare una piccola siepe come ha già fatto Piero. Grazie ruspa di merda!  
Io e mia madre ci guardiamo sconvolte. Come faremo ad abbattere un tale muro di neve? E perchè Piero non mi ha avvisato?
Ma come d’incanto, Garitola sbuca fuori dalla povera siepe massacrata e a me torna il buonumore!
- Micia, amore mio, sono tornata! –
La morettina si tuffa ai nostri piedi e si mette a fare convulse capriole accompagnate da gorgheggi di felicità. Immagino sia molto contenta del mio ritorno e non veda l’ora che io riapra la nostra casa.
Spero che durante la nevicata abbia apprezzato le comodità della sua casetta di cartone da me personalmente rivestita di polistirolo e plastica e spero non abbia fatto i bisogni nella legnaia, l’unico luogo riparato che poteva ospitare la casetta in questione. Spero anche che non abbia sofferto troppo per la mia lontananza e spero non siano giunte volpi fin qua dopo che è passata la ruspa. Evidentemente no, altrimenti…
Garitola miagola di gioia mentre  mia madre, armata di pala, maledice l’uomo della ruspa nonché tutta la neve che abbiamo intorno. Accidenti che casino: la mia casa, il mio cortile, la mia scala e il mio balcone sono sommersi dalla neve. Minimo un metro. Il colpo d’occhio è agghiacciante e nello stesso tempo spettacolare. Tutto bianco. E lo chalet è diventato un gigantesco fungo champignon.
Diamine,  basterebbe un colpo di coda del Drago per fare fuori tutta questa neve!
E’ tutto bianco tranne Garitola e la legna che sono dello stesso identico colore.



CINQUE MESI DOPO

C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria, anzi di antico… si chiama speranza (di non morire più di freddo).
Il figlio del padrone di casa è tornato dall’Australia e resterà a Corio per un mese.
Ciò mi riguarda da vicino perché la persona in questione è la stessa che ha progettato il mio camino del cavolo. L’intera casa è stata progettata da questo genio di figlio che fa l’architetto a Melbourne. Invece a tirarla su ci ha pensato Piero una quindicina d’anni fa.
Stamattina l’architetto viene qui e cercherà di capire quale sia il difetto del SUO camino.
Oggi ne abbiamo uno. E’ il primo giugno. Mi sembra che quando da noi fa caldo in Australia faccia freddo. Tornerà giù bello abbronzato, se non lo strozzo prima.
Dalla porta entra un ragazzone alto circa due metri. Dietro di lui Piero con una cassetta per gli attrezzi. Garitola fugge da qualche parte.
Io e lo spilungone ci presentiamo e scambiamo qualche frase di circostanza.
Date le circostanze, il deus ex machina vuol sapere cosa mi abbia combinato di tanto terribile quel camino lì (ah ah, che simpatico!) e chiede se ho provato a fare così e cosà per farlo funzionare meglio.
Architetto, io le ho provate tutte. Ma questo camino proprio non vuol saperne di tirare decentemente. Qualunque cosa gli fai bruciare caccia fuori troppo fumo quindi bisogna tappargli subito la bocca col suo santo finestrello. Ma così gran parte del calore resta DENTRO il camino e se ne esce dalla canna fumaria. Questo inverno ho dovuto bruciare una quantità abnorme di legna SOLO per non morire di freddo… non so se mi spiego!
Il giovanotto comincia a smanettare con tutti gli sportellini del camino. Ce n’è uno sopra, uno sotto, poi a destra e a sinistra.  Apre e chiude, chiude e apre, osserva, controlla. Leva il cassetto che raccoglie la cenere e toglie i pianali dove si colloca la legna; poi infila la testa dentro il camino e guarda in su, sicchè dice:
- Forse c’è qualcosa che ostruisce la canna fumaria. –
Braccia rubate all’agricoltura.
Metto su il caffè. Padre e figlio ricompongono velocemente il camino e poi vanno a lavarsi le mani. Li sento confabulare in bagno, spero che tornino con una buona soluzione.
- Io mi ricordo di te…  – Mi dice il ragazzone mentre si mette lo zucchero nel caffè…
- Eri la più carina del treno… -
Piero ha un piccolo sussulto.
Siamo tutti seduti intorno al tavolo della cucina, il Signor architetto davanti a me. Lo fisso e rimastico la sua frase:
- Lei… si ricorda… di me? –
Il lampo di un ricordo mi attraversa la mente e mi fa sobbalzare sulla sedia.
- Ma tu sei Franco! –
L’architetto stringe le labbra in un sorriso monello e sulle guance esplodono due fantastiche fossette.
-  Meno male che qualcuno mi riconosce ancora! –  Dice lui allargando le braccia.
Franco, una delle cose più belle che mi sono persa nella vita.

Per tutto il giorno vago dentro casa come una mezza tonta, lasciando a metà le cose che comincio. Garitola controlla tutti i miei spostamenti e lo sente pure lei che nell’aria c’è qualcosa di strano. Frammenti di memoria sparsi qua e là, un puzzle da ricomporre.

Il treno del sabato per me era speciale.
Il sabato uscivo da scuola un’ora prima e potevo prendere quello che partiva da Torino intorno alle 13:00.
Quel treno era l’incubo di tutti i ferrovieri perché strapieno di studenti chiassosi e scalmanati che festeggiavano la fine della settimana.
Su quel treno incontravi tutto il mondo, amici, nemici, spasimanti, rivali. Quello era il treno per baccagliare, darsi il gancio, litigare, vendicarsi e fare tanto, tanto casino.
Salivi a Torino e il treno ti portava su al Nord, nelle Valli di Lanzo.
Il ricordo comincia con me che rido e scherzo col mio fraterno amico Max.
Le immagini si fanno sempre più nitide, mi sembra di essere di nuovo lì.
Prima di salire sul treno, io e Max avevamo fatto una scommessa veloce veloce e io l’avevo vinta. Non ricordo più di cosa si trattasse  ma sicuramente era una cavolata tirata fuori così per ingannare il tempo.
Saliamo e ci sediamo uno di fronte all’altro vicino al finestrino. Stazione di Corso Giulio Cesare, la prima… o l’ultima.
Un po’ per gioco e un po’ seriamente, Max tira fuori che, avendo io vinto quel cavolo di scommessa, ho diritto a un premio. E insiste!
- Mia regina, sono pronto ad esaudire un suo desiderio! -
- Ma piantala… -
- Ne approfitti Sua Maestà! –
Max è praticamente il jolly del treno. Lui è amico di tutti e tutti sono amici suoi anche se appartiene ad una specifica tribù, quella dei Dark.  Da quando lo conosco l’ho sempre visto con i capelli cotonati e gli occhi bistrati di nero come Robert Smith, il leader dei Cure. Il suo regno è l’ultima vettura, dove solitamente si accampano i dark e i punk, però ogni tanto non disdegna di cambiare.
Nei nostri treni c’è una vettura per tutte le categorie. Se finisci nella vettura dei paninari te ne accorgi subito per via dei piumini Monclaire fluorescenti gettati come “stracci”un po’ dappertutto, e se sali sopra quella dei rocchettari ci troverai tanti Chiodi e Raf. Io per ora ho un semplice cappotto di lana nero e con quello vado dappertutto.
Poi ci sono le vetture per i tranquilli e i perbenino che solitamente sono le più vicine alla motrice, ma in ogni vettura del treno, dalla prima all’ultima, c’è qualcosa che accomuna tutti gli studenti: LO ZAINETTO INVICTA! A righe come le divise dei carcerati e molle come la voglia di studiare.
Spandau Ballet contro Duran Duran, Prince contro Michael Jackson e una donna sola al comando: Madonna. Questi sono gli anni Ottanta per noi ragazzi della tratta Torino-Ceres.
Il nostro treno è partito sferragliando di brutto come al solito ed io mi lascio coccolare dal suo dondolio nonché dalle chiacchiere di Max, anche se un po’ ha rotto con la storia che merito un premio.
- Uomo d’onore sono! Hai vinto la scommessa e ti devo un favore! -
Testa poggiata vicino al finestrino, un po’ guardo gli scorci della periferia e un po’ la gente che sale e scende dal treno. Max cambia disco per favore!
Nel frattempo  siamo arrivati alla terza fermata, stazione Madonna di Campagna.
Dalla mia postazione privilegiata, vedo quel certo Franco che sta salendo anche lui sul nostro treno però in punta, dove c’è meno casino. Sicuramente sulla prima vettura. E’ da un po’ che lo tengo d’occhio quel ragazzo e di certo non passa inosservato per via della sua statura. Ogni tanto ci siamo anche parlati perché entrambi amici di Max, ma ho capito che Franco con me non si sente a suo agio. Due parole e fugge via tutto rosso in viso. Sono praticamente sicura di piacergli.
Anche a me lui piace. Prima di tutto perché molto alto e molto simpatico e poi perché ha un modo di fare particolare, da persona matura. Il sorriso rassicurante, la garbata ironia, la voce calda… e quelle fantastiche fossette!
- Max, ho trovato un desiderio che mi puoi realizzare! –
Colta da improvvisa botta di coraggio, chiedo a Max di andare a scovare Franco nella prima vettura e chiedergli da parte mia se vuole uscire con me una di queste sere.
Max fa la faccia di uno molto stupito e se fosse un fumetto gli comparirebbe un punto interrogativo sopra la testa. Mai avrebbe pensato che Franco mi potesse interessare, ma da buon amico non dice nulla e si prepara a compiere la sua missione.
Alla fermata successiva Max scende dal treno e corre verso la punta del convoglio a recare la buona novella (all’epoca non avevamo ancora le vetture comunicanti).
Vai e che Dio ti benedica mio buon Mercuzio!
Il treno riparte e io comincio a sudare freddo. Il cuore batte sempre più forte e le gambe mi tremano anche da seduta.  Cavolo, non credevo mi piacesse così tanto quel ragazzo.
Altra fermata. Il treno è giunto ad un terzo del percorso e comincia svuotarsi, anche il mio scompartimento.
Ma poi salgono Franco e Max, entrambi su di giri e col fiatone. Ho il cuore in gola.
Franco si butta di traverso sul sedile davanti a me e dopo una risata mi dice esattamente queste parole:
- Anna, io con te non ci esco perché tanto mi fai il bidone! –
Rimango così percossa e attonita da non sapere più che pesci prendere. Una statua di sale. Perché mai ha pensato una cosa del genere?
Il caro Max spezza l’imbarazzo spiegando a Franco che la mia è una proposta seria, degna di essere presa in considerazione, tuttavia le sue raccomandazioni cadono nel vuoto. Franco non ha nessuna intenzione di farsi irretire.
- Ma figurati se questa dolce fanciulla vuole uscire con me! – Ribatte lui  come se stesse parlando di una deficiente.
Franco sostiene che lo stiamo prendendo in giro, quindi no, non ci crede e non ci sta. Scuote la testa e ride di uno scherzo che non esiste. Neanche un ragionevole dubbio.
Cosa poteva dire una ragazzotta di diciotto anni che aveva appena ricevuto un NO dal ragazzo che le piaceva? Neanche ci provai a fargli cambiare idea, un NO è sempre un NO. Immediatamente pensai che Franco avesse detto NO perché in fondo mi considerava un’oca giuliva e per lo stesso motivo non gli era mai interessato conoscermi veramente. Ecco perché non gradiva chiacchierare con me! Io credevo di piacergli quando in realtà lui non mi sopportava! Mi considerava una bamboletta senza cervello!
(Ma figurati se questa bella statuina vuole uscire con me che sono  uomo tutto d’un pezzo!)
Stazione di Ciriè. Franco e Max scendono dal treno battibeccando fra loro.
Io mi sento una povera scema. Li vedo camminare lungo la banchina della stazione e il  treno riparte.
Franco continua a fare “no” con la testa, invece Max con la testa gli fa dei grandi “sì”.
Quando il mio finestrino passa loro davanti, Max si mette a cercare il mio sguardo per vedere come l’ho presa. Alza le spalle sconsolato e mi fa ciao con la mano. Ciao.
I ricordi sono finiti perché con Franco non ho più avuto modo di parlare. Non eravamo amici prima e non lo siamo stati dopo.
Per alcune settimane non mi diedi pace e addirittura pensai che Max, senza volerlo avesse combinato un gran casino. Forse aveva spiegato frettolosamente a Franco che tutto era cominciato con una scommessa e quest’ultimo aveva capito-creduto-pensato di essere egli stesso la vittima della nostra scommessa.
Avevo più o meno diciotto anni e da allora ne sono passati altri diciotto.

Da quando Franco e suo padre hanno lasciato questa casa, io ho Claudio Baglioni sempre fra i piedi.
Ieri pomeriggio alla mia stazione radio preferita hanno trasmesso “Questo piccolo grande amore” e mi sono un po’ stupita primo perché la mia eccellente stazione radio non trasmette quel genere di musica ed in secondo luogo mi sono stupita di me stessa che ho ascoltato quella canzone dall’inizio alla fine come se non l’avessi mai sentita prima.
Una canzone che ho sempre detestato improvvisamente ha parlato al mio cuore come se stesse parlando DEL mio cuore. Una rivelazione!
Sono forse stata un piccolo grande amore per qualcuno?
A me poi le canzoni di Baglioni non sono mai piaciute, ma lui come uomo mi è sempre garbato parecchio e guarda caso Franco assomiglia moltissimo a Baglioni ai tempi di “Strada facendo”. Ma che combinazione.
Ricapitolando, ho Franco Baglioni dentro casa da mattina a sera. Alla radio, alla tele e sul giornale. Se non lui, c’è la frase di una sua canzone da indovinare in un quiz oppure la pubblicità della sua ennesima compilation.
Tre indizi sono più che sufficienti a farmi capire che qualcosa bolle in pentola.

Questa mattina sono meno rimbambita di ieri.
Ho preso atto che ci sono novità in arrivo e attendo sviluppi. Nel frattempo vado avanti col mio benedetto lavoro, unica cosa al mondo che mi tiene con i piedi per terra.
Anche oggi regna la pace nel mio feudo.
L’aria caldiccia e umida preannuncia una giornata afosa.
Il sole di giugno è un po’ antipatico perché ti toglie le forze fin dal mattino, ma tu sai che il peggio deve ancora venire e ti consoli.
Un altro giorno di lavoro è iniziato e come al solito Garitola mi osserva meditabonda.  “Ora et Labora”.
Improvvisamente, una voce squillante mette sull’attenti tutte e due.
- Donne! E’ arrivato  l’ AUSTRALIANO! –
Io e Garitola ci guardiamo perplesse. Corro alla finestra e vedo che fuori dal cancello c’è Franco Baglioni a cavallo di una bici. Tuta da meccanico, un borsone a tracolla , le mani attorno alla bocca usate come megafono:
- Venite donne! E’ arrivato  l’ AUSTRALIANO! –
Resto affacciata alla finestra, gomiti sul davanzale, e mi godo l’interpretazione dello spilungone.
Ora, nel vedere un architetto di Melbourne giovane e carino, che si produce nella parodia del mitico “arrotino”, realizzo che diciotto anni fa ci avevo visto giusto: Franco era veramente un tipo speciale e per fortuna non ha smesso di esserlo.  Peccato solo che mi abbia detto no. Immediatamente penso a cosa mi sono persa in tutti questi anni.
Quando Franco giunge sotto la mia finestra, prendo il sopravvento  e gli dico quel che ho da dire senza tanti giri di parole.
- Perché non avevi voluto uscire con me! –
- Perché ero grasso! – Risponde lui senza indugio e imbarazzo.
Ehh? Avrò capito bene?
- Non mi ero accorta che tu fossi grasso. Casomai io ero grassa! –
- Tu eri la ragazza più carina del treno e tutti ti facevano la corte mentre io ero ciccione e obeso! –
- Io penso che tu sei pazzo o lo sei stato negli anni ‘80! –
Mi crolla il mondo addosso esattamente come quel giorno di diciotto anni fa, sul treno, quando mi diede il due di picche. Praticamente io e Franco abbiamo perso una grande occasione solo perché lui si sentiva brutto? Mi sembra una cosa fuori dal mondo.
Ma veramente Franco era grasso? Nella mia memoria non vi è nessun Franco grasso. A me piaceva così com‘era punto e basta.
- Sai invece a cosa sto pensando io? – Mi chiede Franco.
- Ora che ti vedo lì affacciata alla finestra , penso che questo chalet ha sempre aspettato te. Solo tu potevi venire a vivere quassù da sola… sei stata coraggiosa. –
- A parte il camino balordo, qui si sta molto bene… -  E ci viene da ridere.
Garitola protesta perché sto dedicando troppo tempo allo scocciatore e non le va che io resti affacciata alla finestra. O dentro o fuori! Che palle, a volte mi sembra mia madre.
Massì, facciamolo salire questo povero diavolo già tutto sudato di primo mattino.
- Cos’hai dentro la borsa? – Chiedo a Franco già sapendo la risposta. –
- Bacchette magiche per far funzionare il camino… ma prima mi dai un bicchier d’acqua? –
Acqua, caffè, tutto quello che vuoi e dopo mi spieghi bene la storia che da giovane ti sentivi grasso perché io faccio fatica a crederci. –
Io e Franco siamo seduti al tavolo della cucina negli stessi posti di ieri. Ora che ce l’ho davanti, ritrovo quel forte profumo di cocco che come ieri si mescola al sapore del caffè. (Un turista non è tale se non si porta dietro un docciaschiuma super esotico).
Caffè, cucina, silenzioso giugno mattutino.
- Scusa, ma a te cosa piaceva di me? Perché mi avevi chiesto di uscire? –
Perché avevo un debole per i Numeri Uno ma preferisco non dirtelo altrimenti ti monti la testa e poi mi vergogno del fatto che col tempo ho imparato ad accontentarmi.
- Mi piacevi nell’insieme… Poi all’epoca andavo matta per i ragazzi altissimi come te. Mi piaceva il tuo modo di fare da persona matura… Cioè eri serio e simpatico allo stesso tempo. Eri un tipo… rassicurante! –
Pronuncio la parola “rassicurante” soddisfatta di averla trovata fra tante. “Rassicurante” è ottima per descrivere l’essenza del giovane Franco.
- Rassicurante? Ma se ero il ragazzo più insicuro del mondo! Mi sentivo goffo, osceno! A volte avevo l’impressione di muovermi a rallentatore talmente ero ciccio. Non riuscivo ad essere veloce. –
- Ma dai non esageriamo… Andavi benissimo così com’eri!  -
- E allora dimmi…  se per te ero tanto perfetto, come mai ieri non mi hai riconosciuto? –
La domanda di Franco mi mette in stand bye per qualche secondo, accidenti. Già, come mai non l’ho riconosciuto?
- Perché sei dimagrito troppo, ecco perché! E sei anche invecchiato! –
E anche perché dopo il rifiuto  l’avevo eliminato dalla mia banca dati.
Franco vuol convincermi di quanto abbia sofferto nei suoi vecchi panni e io cerco di convincerlo che poteva farne a meno.
- Chissà quanti ragazzi avrebbero voluto essere alti come te! –
- Sì, però con venti o trenta chili in meno! –
- Ma mica eri un elefante! Anzi a me davi un senso di “leggerezza” forse perché ti sentivo “positivo”. Poi mi facevano morire le tue fossette e la tua erre moscia. Cavolo Franco, io andavo in brodo di giuggiole ogni volta che aprivi bocca, ma guarda caso parlavi con tutti tranne che con me… -
- Probabilmente perché non volevo essere giudicato da te che eri carina e tutti ti facevano la corte… -
- ERO carina? E adesso che sono, un cesso? –
- E a te non piacciono più le mie fossette e la mia erre moscia? –
Illustrissimo architetto, questa è materia che a Lei non dovrebbe interessare più. Cioè non dovrebbe interessarLe di piacere alle donne e soprattutto a quelle italiane dal momento che Lei risulta essere fidanzato con brava ragazza australiana.
Io lo so perché me lo ha detto Piero diverse volte, e so anche che questa famosa fidanzata è la figlia del capo di Franco. Quante volte se ne è vantato Piero: mio figlio qui , mio figlio là… Mio figlio è sistemato bene… Ma chi si immaginava che sto figlio fosse Franco! Sentiamo cosa ha da dire lui a tal proposito.
Ebbene sì. Con un pizzico di imbarazzo Franco conferma di essere effettivamente fidanzato  con la figlia del suo capo, anche lei architetto. Si chiama Sandra.
- Che bel nome… – Dico io tanto per dire qualcosa.
- E’ stata lei subito a prendersi una bella cotta per me, ma all’inizio non mi piaceva. Però  non si è scoraggiata e ha fatto di tutto per avermi… LEI!  Proprio di tutto, credimi. –
Qui si torna all’episodio del treno e al fatto che io mi sia subito arresa dopo il No… Eh No mio caro, avevi solo da dirmi SI’! E ti dirò di più:
- Ma ci mancava solo che ti corressi  dietro dopo la figura di merda che mi avevi fatto fare davanti a Max!  Vabbè che adesso vivi dall’altra parte del pianeta e ti sei abituato a vedere le cose capovolte, ma cerchiamo di non rigirare la frittata, eh! –
Colpito e affondato. Tuttavia Franco è contento PRIMO di sapere che la cosa mi brucia ancora, SECONDO che non sono più la dolce fanciulla di un tempo. Gongola e tace... Che faccia da schiaffi!  
- Dai dimmi com’è poi andata con la tua australiana… Ovviamente ad un certo avrai ceduto alle  lusinghe… -
- Sì, dopo un annetto. Ne avevo di ragazze che mi ronzavano attorno ma mi è piaciuto che una donna lottasse così tanto per avermi… Forse dentro sono rimasto un insicuro. Sandra è una ragazza grintosa che al momento giusto sa essere molto dolce… E’ la mia roccia! Stiamo bene, non ci manca niente. –
Colpita e affondata. Ma l’invidiosa che è in me vorrebbe dire: che piattume figlio mio!  E naturalmente mi astengo. Gli  chiedo però se la ami.
- Un po’ sì, ovviamente. – Pausa di riflessione. - Lei è molto innamorata. –  Puntini di sospensione. - Comunque per me è diventata un riferimento molto importante. Sandra e suo padre sono la mia famiglia, la mia quotidianità. Siamo una squadra. Non so se la amo veramente , però mi piace perché è rassicurante… -
E nel pronunciare questa qualifica, Franco mi punta due occhi sgranati e contenti di avermi rubato la mia parola di prima.
Noto che gli piace giocare con le parole. Abbiamo qualcosa in comune.
Franco comincia a raccontare la sua avventura australiana e dopo le prime battute diventa irrefrenabile, un vero e proprio fiume in piena carico di entusiasmo.
Il suo sentimento di appartenenza a quella terra così lontana ma ricca di opportunità è talmente forte che da brava italiana mi sento un po’ snobbata.
- Per uno alto come me ci voleva una nazione bella larga e spaziosa! –

Comincia per me una dolce tortura. Non so se mi dia più fastidio sentirlo parlare dell’Australia, della sua morosa o del suo fantastico lavoro, nonostante ciò lo invito a fermarsi per pranzo. Il tempo è volato ed è già quasi mezzogiorno. Di fuoco. Lento…
Accetta volentieri ed esclama: “Però non farmi il brodo di giuggiole!”
Scoppio a ridere come una scema.
- Salame, avverti i tuoi che non torni per pranzo! –
E’ la prima volta che cucino davanti a un uomo senza provare imbarazzo. Vado avanti e indietro tranquillamente senza l’obbligo di “cinguettare” con l’ospite tra una manovra e l’altra, e di ciò devo ringraziare proprio Franco che si intrattiene da solo descrivendo la city di Melbourne, la sua villetta in periferia e la sua gatta Sophie.
- Scusa tanto Anna, ma si può sapere come mai la tua gatta l’hai chiamata Garitola? Con tutti i nomi carini che ci sono al mondo! –
Gli racconto di quando suo padre, padre di Franco, un mattino di marzo mi portò un cestino di funghi garitole per farsi perdonare del camino che non scaldava.  E poi giorni dopo, in quel cestino ci avevo trovato la mia gatta che era ancora piccola. Impossibile scordare l’incontro con quel funghetto baffuto.
- Garitole a marzo? Saranno state di quelle surgelate. Mio padre le raccoglie in autunno e poi le mette nel freezer. –
- Mi aveva detto che le aveva appena raccolte, era tutto orgoglioso! –
- Ma a marzo mica escono i funghi, darling! E tu ci hai creduto che fossero freschi? –
- Of course ! –

Per tappare la bocca a Franco ci voleva qualcosa di molto buono e per l’appunto gli ho preparato il mio piatto preferito (leggi quello che so cucinare meglio) cioè bucatini con melanzane, tonno e ingrediente segreto. Una cannonata. Con quello non sbaglio mai.
Dopo aver gradito il piatto, gli uomini solitamente mi dicono: Finalmente una donna che sa cucinare! E io rispondo sempre con la stessa identica frase: “Mica ci vuole la laurea!”
Franco ha chiesto il bis di pastasciutta e non ha voluto saperne del secondo. Peccato, avrei volentieri tirato il collo alle verdurine di mia madre.
- Guarda che devi mangiare, sei diventato troppo magro. –
- Ma non hai visto quanta pasta ho mangiato! Era troppo buona, complimenti. Ci tieni proprio che ti aggiusti il camino eh! –
Completamente dimenticata del camino.
Come di accendere la TV e quasi mi dimenticavo di dare a Garitola il suo formaggino quotidiano fresco di frigo (non le do solo quello da mangiare, intendiamoci). Poverina, fa così caldo che ogni tanto si butta per terra a sorbire un po’ di frescura dal pavimento. Fuori ci saranno trenta gradi all’ombra e questa è l’ora più calda del giorno.
Ce lo facciamo lo stesso un caffettino?
Ore 14:00 interno giorno.
Siamo tutti e tre satolli, scalzi e stravaccati sul divano a tre posti. Un cuscino a testa, Garitola in mezzo. Davanti a noi il camino maledetto.
- Architetto, cosa pensi di fare per questo camino? –
- C’è poco da fare, quel camino lì non ha mai tirato bene… E’ proprio sbagliata la collocazione… -
- E quindi? –
- E quindi niente. Il camino non ha difetti, è solo messo nell’angolo sbagliato. Quando ce ne siamo accorti ormai era tardi… Comunque non è facile azzeccare un camino! -
- Fammi capire, tu e tuo padre l’avete sempre saputo che in questa casa il riscaldamento non funziona? –
- Bè sì, mica siamo scemi. Io stesso ho abitato in questo chalet.  Ma a mio padre gliel’avevo detto chiaro e tondo che doveva affittarlo solo per l’estate! –
- Ah, grazie del bidone!  E complimenti a te per la  recita di ieri quando hai messo la testa nel camino! Cos’è che avevi detto? Forse c’è qualcosa che ostruisce la canna fumaria! Buffone che non sei altro! -
-  Dai non te la prendere, dirò a mio padre che ti metta su una stufa di quelle buone, magari a pellet. –
- A che? –
Franco ridacchia e commenta: “My God, come siete indietro voi italiani!”
- Che scema, non ti ho offerto l’ammazzacaffè… Ho l’Amaretto Disaronno, ne vuoi un bicchierino? –
Franco si illumina come avesse trovato una pepita d’oro.
- Non mi ricordavo più che esistesse una cosa chiamata “Amaretto Disaronno”! Subito la voglio! –
E dopo un bicchierino ce ne beviamo un altro e poi un altro ancora. Ce la stiamo spassando un mondo. Garitola ti sposti per favore?
Diventiamo mezzi brilli e con la scusa che voglio mettere le dita nelle sue fossette, mi avvicino a lui quel tanto che basta per farmi abbracciare e baciare.
In verità, mettere le dita nelle fossette di qualcuno è un desiderio che mi porto dietro fin da bambina e finalmente voglio capire cosa si provi. Affondo i miei indici nelle fossette di Franco e le scopro molto più profonde e ruvide di quel che credevo.
- Non smettere di sorridere altrimenti le fossette svaniscono! –
E’ una cavolata troppo bella da fare e rifare, una goduria!
Come fosse la cosa più normale del mondo, vedo che le mie dita sul viso di Franco si sono fatte  piccine e c’è lo smalto rosso sulle unghie. Sono tornata ad essere quella bambina di condominio che d’estate scendeva in strada per scoprire il mondo, una farfallina che voleva camminare sulle nuvole.
Beatamente instupiditi dall’alcol, io e Franco ci guardiamo e ci scambiamo sorrisi.
Lascio che sia lui a baciarmi. Da quella volta che mi disse No,  non ho mai più chiesto ad un ragazzo di uscire con me, figuriamoci baciarlo io per prima! Avevo diciotto anni, ora ne ho il doppio. E’ stato un bene o è stato un male?

La sera bussa alle porte di casa.
Franco è tornato giù a Corio con la sua mountain bike.
Sul tavolo della cucina mi ha lasciato un pacchetto di sigarette pieno ed una scatola di preservativi vuota.
Ha detto che con me oggi ha battuto diversi record, tra cui quello di non fumare neanche una sigaretta. Me la fumo io una sigaretta dopo mesi che non ne vedo una, perché voglio brindare a questa incredibile giornata: Cameriere, champagne!
Sono stata io a dire a Franco di non restare anche se non so quando lo rivedrò.
Da una parte gli è dispiaciuto spezzare l’incantesimo, ma dall’altra ha apprezzato che io l’abbia spronato a tornare per cena dai suoi genitori.
Chissà quanto hanno atteso il ritorno di Franco, Piero e sua moglie, come sono felici di poter passare  un po’ di tempo con quel figlio che vive all’altro capo del pianeta e torna in Italia una volta ogni due anni se va bene… Peccato solo che non sapranno mai del mio sacrificio!

Passano i giorni e Franco non si fa vivo.
Forse gli è dispiaciuto stare così bene con me che non ci vuole ricadere. Sì, deve essere per forza così. Vuol dimenticare quanto è accaduto e farlo dimenticare anche a me.
Il silenzio vale più di mille parole.
Ci resto sempre molto male quando gli uomini spariscono nel nulla per paura di impegnarsi, soprattutto se NESSUNO LI AVEVA CERCATI.  Così si che mi sento usata.
In verità Franco mi aveva chiaramente detto che nei giorni a venire sarebbe stato molto impegnato a rivedere alcuni amici e parenti  che da settimane avevano prenotato un po’ del suo tempo, però almeno un messaggino ogni tanto me lo poteva mandare.
Finchè la rimbambita che è in me un giorno si ricorda che io e Franco non ci siamo  scambiati i numeri di telefono.

Ricompare dopo una settimana di desolante attesa.
E’ abbronzatissimo e decisamente allegrotto. Sensi di colpa zero.
La brava attrice che è in me non fa trapelare il dispiacere di vederlo contento mentre io da giorni mi rodo il fegato, anzi mi faccio trovare bella pimpante.
- Ciao straniero, ti vedo bene! –
- Ciao darling, sono stato in Liguria con i miei amici, abbiamo fatto il giro delle Cinque Terre in camper e con le bici… Troppo bello, Madonna come mi mancava l’Italia! –
Mi dichiaro entusiasta del suo entusiasmo ma potessi gli farei una scenata isterica. Mentre Franco mi racconta le sue escursioni, io lo sento per nulla interessato a me e improvvisamente mi rendo conto di conoscerlo proprio poco. Ma chi è costui? Perché l’ho lasciato entrare  nella mia vita?  
- Un giorno di questi andiamo a farci un bel giro in bici io e te, ti va bene Anna? –
- Non vedo l’ora! –
- Fantastico, allora mi faccio vivo io e ci mettiamo d’accordo Ok? Magari ci facciamo anche un pic-nic come si deve. –
- Wow, corro a preparare il cestino della merenda! -
Per un attimo ho creduto finisse la frase chiamandomi “dolce fanciulla” come quella volta sul treno che mi aveva fatto sentire un’oca giuliva… “Ce lo facciamo un pic-nic dolce fanciulla senza cervello e senza palle?” Ma sicuramente lui neanche si ricorda più di quel particolare, mentre io ce l’ho ancora sullo stomaco. Meglio darci un taglio.
E’ incredibile come le cose che ti succedono da giovane a volte ti possono inseguire per tutta la vita soprattutto se hai lasciato qualcosa di interrotto. Bene, io e Franco ci siamo tolti lo sfizio di sapere come sarebbe stato se diciotto anni fa fossimo usciti insieme, adesso il capitolo può definirsi chiuso.

Ovviamente scompare nel nulla.
Nel frattempo io mi lacero con i pensieri più cattivi e crudeli che mi vengano in mente. Franco non è affatto mia anima gemella ritrovata ma l’uomo più torbido che esista sulla faccia della Terra. Tienitelo Australia!
Mi ha portato a letto solo per il gusto di scopare la più carina del treno ma gli è andata male perché io non ero la più carina del treno!
Forse è sempre stato convinto che quel giorno di diciotto anni fa, io e Max volessimo fare uno scherzo al gigante buono che ERA in lui, così alla fine si è vendicato.
Padre e figlio uno più stronzo dell’altro.

E’ partito il conto alla rovescia e tra pochi giorni la mia vita tornerà esattamente come prima di aver ritrovato Franco. Quanti baci quella sera prima che tornasse giù dai suoi. Non bastavano mai. Ci sentivamo due ragazzini spensierati. Mi ero illusa che quello fosse stato il mio vero grande “giorno da leone”, invece si è rivelato il mio “giorno da gazzella”.
Ventiquattro ore prima della sua partenza, ricevo un messaggino  che così recita:
E’ stato bellissimo rivederti,
in bocca al Drago per la tua vita!
Franco
Parole avvilenti e patetiche. Ma la soddisfazione di rispondergli male quella no, non gliela do.
Grazie, buona fortuna anche a te
e buon viaggio. Crepi chi vuol
male al Drago!
Anna
Non vedo l’ora di ubriacarmi e piangere tutte le mie lacrime. Più in basso di così non si può.
Garitola, comodamente sdraiata in poltrona, alza il musetto e si mette ad annusare l’aria arricciando il naso. Fa così tutte le volte che arriva quella merda di gatto rosso che da un po’ di tempo si diverte a picchiarla.
Da quando ho fatto sterilizzare Garitola, è spuntato questo maschio idiota convinto che  anche lei sia un maschio e la vuole togliere di mezzo. Si crede il padrone del Pich.
Da me si è già beccato diverse bastonate ma più lo meno  più infierisce su di lei. E’ diventato un bel problema anche perché la mia gatta è costretta a passare sempre più tempo in casa. Adesso vado giù e gli spacco la testa come farei con Franco.
Mi armo di scopa e parto all’attacco. Sono una furia.
Appena scendo le scale mi scontro con qualcosa di grosso.
- Balengo! Mi hai fatto venire un colpo! –
- Volevo farti una sorpresa… -
Terzo round al tavolo delle trattative. Stessi posti a sedere.
Franco è sudatissimo e imbarazzatissimo. Dice che le ultime ventiquattro ore per lui sono state un vero incubo. Sono contenta che stia male perché le ultime ventiquattro ore sono state bruttine anche per me, di conseguenza sarebbe meglio andasse a trovar conforto da un’altra parte.
Franco siede flaccido e confessa di sentirsi in colpa per una serie di cose. Dice che tutto gli è sfuggito di mano:
- In questi giorni ho fatto piangere un sacco di persone e oggi mi sento una merda. Credo proprio di essere rimasto l’insicuro di una volta... –
Hanno pianto i suoi che non reggono più la lontananza da quel figlio adorato, ha pianto la sua fidanzata australiana e hanno pianto molti amici.
Il suo vecchio cane ha smesso di mangiare.
- Come mai hai fatto piangere la tua fidanzata? –
- Mi ha sentito diverso, aveva paura che non tornassi più. –
- Acqua liscia o gasata? -
- Sei stata coraggiosa a venire a vivere quassù. –
- Me l’hai già detto, comunque è merito di Garitola. – Taglio corto io.
- Devo confessarti una cosa… -
- Sentiamo… -
- Io l’ho sempre saputo che abitavi qui… -
- In che senso? –
- Ho sempre saputo che eri tu la matta che aveva affittato questa casa… E’ stata dura per me non farmi vivo prima. –
Non fa ridere. Mi viene solo da dire: A!
Ogni volta che siamo seduti a questo benedetto tavolo, Franco scioglie i nodi della sua vita sconvolgendo la mia.
- Tu Anna non ti puoi immaginare quante volte mi sono pentito di non aver preso su serio il tuo invito del treno. –
Fatale errore penso io.
- Per anni ho immaginato come sarebbe stata la mia vita insieme a te ma non avevo il coraggio di cercarti. Ho preferito girare il mondo nella speranza di incontrare  una  che ti somigliasse, ecco perché sono finito in Australia. –
- Bè, almeno hai trovato un buon lavoro... -  Sdrammatizzo.
Franco mi spiega che a Melbourne in questi ultimi dieci anni, ha fatto una rapida carriera. Qui in Italia gli stessi risultati li avrebbe “forse” conseguiti in trent’anni lavorando il triplo:
- L’Australia mi ha dato la possibilità di realizzarmi come architetto e come uomo…  Vedi, io sono venuto su con la testa di mio padre: il lavoro prima di tutto. Non posso lasciare quello che ho conquistato, è troppo importante per me. Devo tornare a Melbourne. –
L’ho sempre saputo, non era però il caso di sparire, siamo adulti e vaccinati, non ho mai  chiesto chiarimenti, già sapevo tutto quello che c’era da sapere, ti sposerai con la  superdonna architetto ed avrai la cittadinanza australiana, auguri e figli maschi, eccetera eccetera eccetera! Ego te absolvo, habemus papam, de gustibus non disputandum est… Disputandum o discutandum?
Più io resto impassibile, più lui si agita.
- L’Italia è un Paese bellissimo e in quanto tale è ottimo per farci le vacanze… ma non per lavorare! Qui c’è la mafia ovunque, non esiste la meritocrazia! -
Chi disprezza compra l’ho già detto?
In questa giornata di addii,  Franco è arrabbiato con l’Italia , ma secondo me ne ha già nostalgia. Forse questa vacanza per lui è stata speciale, altrimenti non avrebbe gli occhi lucidi.
- Qui tutti mi vogliono bene e anche a Melbourne tutti mi vogliono bene… Mi dispiace tanto ma questo Pese non ha nulla da offrire a una persona come me. DEVO tornare in Australia! Però stavolta ho deciso che non partirò a mani vuote… Mi porterò dietro un pezzetto di Italia… così soffrirò di meno. -
- Ah sì, e cosa? –
- Tu! –
- Io! Ma per favore! –
- Ok Darling, sarò più chiaro e rassicurante: Vuoi tu Anna, venire a vivere con me a Melbourne? –
- Franco piantala. –
- E starmi vicino quando sarò incazzato nero, avrò il mal di denti, le morroidi, inviterò a casa gente antipatica, poi diventerò vecchio, gobbo e scemo e tu mi dovrai sopportare lo stesso? Io con te lo farò a patto che ti metti subito a lavorare, così non mi romperai i coglioni più di tanto e potrai esplodere come costumista. –
- Si dice emorroidi… -
- Dai pensa che bello, avresti me e il successo che meriti! –
Il lavoro sempre in primo piano.
Le intenzioni di Franco in un primo momento mi sembrano semplici fantasie partorite per scacciare il dolore della partenza, qualcosa cui aggrapparsi per sedare l’angoscia, ma dopo un po’ comincio a vacillare. Una parte di me suggerisce: Questo matto sta troppo male per dire la verità… Invece l’altra dice: Smettila di fare l’offesa, ascoltalo e non fartelo scappare!  
- Ma scusa, tu lavori nello studio del tuo suocero, se lasci Sandra finiresti col perdere il lavoro! Tanto vale che te ne trovi uno qui in Italia! –
- Giammai! Bisogna fare  marchette per lavorare in questo Paese. Se l’amicizia con mio suocero dovesse rovinarsi, andrei a lavorare per la concorrenza… Guarda che io sono uno  bravo, ce ne sono di studi che mi prenderebbero. –  E ancora:
- Ma lo sai quanti anni ho io? Quaranta! Ti pare che posso ricominciare tutto daccapo a quarant’anni… qui in Italia? E’ meglio se vieni tu a Melbourne, io lì ho agganci un po’ dovunque. -
La cosa si fa seria e io mi arrendo all’entusiasmo di Franco.  Lo guardo fisso negli occhi. In pochi secondi riesco ad immaginare una splendida vita con lui, una casa e dei figli fatti da noi, meravigliosi viaggi e una immensa felicità. Poi la mia nuvoletta decide di non tenermi più su e precipito al suolo. Lo schianto è spaventoso.
- Non posso. –
Sono figlia unica. Mio padre ha avuto problemi di salute molto seri e a volte gli capita ancora di stare ancora male. I miei genitori hanno solo me, non posso abbandonarli per nessun motivo al mondo. Franco, io non posso venire in Australia. Finchè i miei genitori avranno vita io dovrò restare qui. Dio solo sa come vorrei volare via con te ma non è fattibile.

Si scatena un temporale pazzesco e ogni volta che parte un tuono ho l’impressione che sia il mio cuore a farlo scoppiare. Sto già morendo di dolore e anche Franco non ha una bella cera. Prognosi strettamente riservata.
Ci barrichiamo in casa nella speranza che quanto è rimasto fuori si dimentichi di noi per sempre. E mentre siamo abbracciati  stretti stretti, ad un tratto tutto mi è chiaro. Questa casa ha sempre aspettato me perché questo era il sogno di Franco. Nel disegnare questo chalet, vi aveva proiettato dentro una fantasia che è diventata realtà. Qualcuno ha lavorato silenziosamente per portare a termine il suo progetto e  Garitola ha avuto il compito di farmi restare. Esiste un destino per ognuno di noi e fà di tutto affinchè i suoi disegni vengano realizzati. Fà di tutto per darci quanto di meglio meritiamo.
Anime del Drago, se tutto questo è stato fatto per noi, sollevate questa casa e portatela su un altro pianeta! “Date un osso al cane perché non abbai”, fate quel cazzo che volete ma lasciateci  vivere al massimo questo poco di amore prima che giunga il domani.

Alle due del mattino Franco si riveste senza guardarmi in viso.
Sto per rivestirmi anche io ma di colpo scoppio a piangere senza premeditazione. Mi abbraccia e mi consola dicendo che il nostro non è un addio ma un arrivederci.
- Non posso vederti piangere…  Ho bisogno di un tuo sorriso, ti prego. Non mi sono mai sentito così solo e pesante come in questo momento. –
Già soli e pesanti. Emergere dal nostro letto è stato come uscire esausti da una piscina e lottare contro la forza di gravità per non farsi risucchiare dall’acqua.
Scendiamo in cortile e Franco riprende la bicicletta. Fa un po’ fresco ma si sta bene.
La luna fa brillare la strada bagnata e le goccioline di pioggia sparse qua e là. Il percorso è segnato e il tempo a nostra disposizione è andato. In me esplode l’angoscia.
Che senso avrà vivere in questo paradiso se lui non ci sarà? Fine pena MAI.
E nonostante mi fossi ripromessa di non fargli pesare il distacco, mi lascio andare ad una assurda richiesta: Non mi lasciare.
- Questa volta non mi dire no. Ti prego resta! –
Un angelo alle sue spalle gli sta suggerendo di dire sì, ma lui è troppo addolorato e confuso per cambiare idea.
Franco mi prende una mano e  se la porta vicino alla bocca. Piccoli baci mi fanno il solletico alle dita. Gli guardo le labbra, le fossette , gli occhi. Chissà se un giorno rivedrò il suo viso. Poi mi chiude la mano infilando qualcosa sotto le mie dita, qualcosa di carta o plastica. Forse il suo indirizzo di Melbourne? O dei soldi per raggiungerlo là? Un biglietto d’addio? Il suo cellulare? Non ci siamo mai scambiati i numeri , non aveva senso fino a poche ore fa.
Stringe dolcemente la mia mano e ci soffia sopra come fanno i maghi prima di far comparire qualcosa.
- Fai un bel respiro e soffia anche tu! –
- Ma cosa mi hai messo? –
- E soffia dai! –
Di qualunque cosa si tratti, Franco è riuscito a strapparmi un mezzo sorriso. Lodevole il  tentativo di sciogliere un po’ la tensione.
Soffio.  Quando apro la mano compare un oggetto dalla patina grigia.  Cosa sarebbe?
- Ti ricordi quella volta sul treno? –  Mi chiede Franco leggermente gasato.
- Sì, certo… –
- Quel giorno sono tornato a casa incazzato nero. Ero sicuro che tu e  Max volevate solo prendermi in giro e dalla rabbia che avevo mi sono avventato su un uovo di Pasqua! –
- Eravamo a Pasqua? –
- O prima o dopo… Probabilmente i miei avevano comperato delle uova da regalare a qualcuno o qualcuno le aveva regalate a noi… Comunque ho preso l’uovo più grande che c’era e l’ho disintegrato con un pugno, non vedevo l’ora di mangiarmelo tutto! Lo volevo divorare e mi volevo ingozzare per sentire  meno l’umiliazione, mi volevo riempire di cioccolato fino a stare male ma mi sono fermato quasi subito perchè è saltato fuori questo pacchettino qua… -
- La sorpresa! –
- Già la sorpresa, l’ultima cosa che mi potesse interessare in quel momento… -
- E’ un anello vero?  -
Chiedo conferma a Franco poiché la poca luce che abbiamo intorno e il vecchiume dell’involucro  non mi permettono di vederne il contenuto, però al tatto si è già capito che è un anello. Non ho il coraggio di rompere la bustina. Quella piccola tasca di plastica ha fatto il suo dovere per tanto tempo.
- Sì, un anello con sopra una “A”, una volta si vedeva bene. –  Precisa Franco.
- L’iniziale del mio nome. -  Nonché la lettera più diffusa nell’Occidente.
- Quando l’ho avuto tra le mani e ho visto la tua iniziale, mi è suonata nella testa una sirena d’ allarme così  mi sono reso conto del disastro che avevo combinato poco prima sul treno! –
- Me lo immagino! -
- E’ stato il mio portafortuna per tanti anni, adesso è tuo. –
Finalmente ho capito. Ecco svelata la ragione che indusse Franco a cambiare idea su di me. Ecco perché comprese di aver sbagliato nel rifiutare il mio invito. L’anello mancante.
In questi giorni mi sono chiesta tante volte come mai Franco fosse stato così categorico nel dirmi di No ma mi sono anche chiesta cosa lo avesse portato al pentimento. Cosa, come, quando e perché avesse capito che le mie intenzioni erano serie.
Eh sì, le cose che ti succedono quando sei giovane ti possono inseguire per tutta la vita. Chissà che Franco non voglia liberarsi di un peso donando a me questo feticcio!
- Se non lo vuoi me lo riprendo ma ti prego non fare quella faccia, dai!  A cosa pensi? –
- Che questo anello doveva essere mio diciotto anni fa e adesso è tardi. -
- Se mi dai ancora del tempo non è tardi! Devo sistemare delle cose e poi tornerò. Per favore fidati della persona che ha creduto in questo anello! –
Non riesco a dire nulla anche perché la frase di Franco mi ha molto colpito: Fidati della persona che ha creduto in questo anello! La sintesi di tutto. Io questo uomo lo perdono anche se mi sta lasciando.  
- Anna dimmi la verità… avresti preferito non rivedermi? Non conoscermi veramente? –
- Non lo so, lo capirò col tempo… -
- Abbiamo tutti e due bisogno di tempo, ma se il destino ti ha portato in questo chalet un motivo ci sarà no? E ti pare che possa finire tutto così? –
- No che non può finire così! Tu prima hai detto che se ti do ancora tempo per noi non è tardi, e allora resta! Resta un altro mese e poi si vedrà! –
- Anna ascoltami…  anche io come te sono stato travolto da un insolito destino e questo mi ha fatto piombare nella confusione più totale nonostante io sia un omone di quarant’anni grande e grosso! Ma se voglio rimettere ordine nella mia vita per prima cosa devo tornare a Melbourne. Sarebbe inutile rimandare. -
- Scusa ma ho una brutta sensazione.  -
- Qualunque cosa accada, questo non è un addio ma un arrivederci. Le soluzioni ci sono, bisogna solo trovarle, ok? -
- Ok… -
- Saluta Miss Garitola da parte mia e dille che la  ringrazio tanto. –
-  La ringrazi di cosa? –
- Di tutto. –




Seguono giorni rabbiosi.
Prima che giunga il week-end mi rifugio da Patrizia per non vedere i miei genitori che vengono a casa mia il sabato e la domenica a fare gli allegri contadini.
Non voglio passare neanche un minuto con loro. Il pensiero di trovarmeli davanti mi è insopportabile perché insopportabile è l’idea di non poter andare a vivere in Australia per colpa loro. Li odio ferocemente e a volte penso di averli sempre odiati a causa del poco amore che mi hanno dato.
Massì lo so che in giro ci sono genitori davvero ignobili e quindi non avrei il diritto di lamentarmi, ma se penso che debbo rinunciare alla mia più grande occasione per restare a loro disposizione, francamente mi viene il nervoso. Non ci siamo mai capiti e non siamo mai andati veramente d’accordo però devo restare qui per loro e perdere un uomo che ha veramente capito il mio valore.
Franco mi ha confessato di essere tornato in Italia, questa volta, principalmente per me.
Quando seppe che io avevo affittato la sua casa, per lui era cominciato un dolce tormento e la sua vita non scorreva più in avanti ma indietro fino a quando si è deciso a tornare indietro ed affrontare il passato, risolvere l’enigma, capire come sarebbe stato se avesse detto SI’.
Diamine, stiamo parlando di una persona seria, un professionista che lavora in un grande Studio di Melbourne, e se questa persona è disposta a mettere a rischio la sua carriera pur di avermi lì, vuol dire che ci ha pensato bene.
Ma figurati se io posso abbandonare qui i miei genitori! Se Franco è venuto su con la testa di suo padre, io sono venuta su con quella di mia madre e mio padre. Hanno solo me.

Patrizia ha cacciato di casa il marito per stare sola con me.
Dice che in anni che mi conosce non mi ha mai visto così disperata.
La mia socia è l’unica persona al mondo che sa tutto di me ed avendo lei vissuto una vita turbolenta, riesce a vedere le persone e le cose per quello che sono veramente.
Patrizia ha sessant’anni e nulla più riesce a scalfirla. E’ una donna di mondo vulcanica molto intelligente. In me rivede un po’ se stessa, la sua solitudine giovanile, l’essere stata un agnello mandato in mezzo ai lupi. Per stare con me ha temporaneamente chiuso le porte del suo salotto mondano.  Solo il telefono non smette di squillare.
Patrizia prima raccoglie le mie lacrime, poi mi fa vedere la situazione dal suo punto di vista.
Secondo lei, fra un paio di mesi massimo tre, Franco a me non ci penserà più.
Se Franco è veramente così legato al suo lavoro, in breve tempo capirà di non poter rinunciare facilmente a fidanzata e suocero che laggiù sono tutto il suo mondo.
Una volta tornato in seno alla sua squadra, sarà così impegnato a far carriera che di me si scorderà velocemente. Quindi secondo Patrizia io sono stata una bella avventura italiana e nulla più. In secondo luogo, semmai Franco trovasse il coraggio di lasciare la sua fidanzata, di certo questa farebbe di tutto per ricondurlo a sé, come ha fatto di tutto per conquistarlo. Una tipa come quella non si fa portare via l’osso facilmente.

Torno al Pich che sono le dieci di sera. Le dieci di una stupida domenica sera. Questo orribile week-end sta volgendo al termine; sono sfinita talmente ho pianto. Unico conforto: Miss Garitola.
Apro il frigorifero per prenderle un formaggino. In un ripiano ci trovo un canovaccio coi bordi legati, strapieno di insalata fresca già lavata. Pensierino dei miei genitori. Eccoli qui i miei genitori.
Non è vero che li odio, li ho sempre amati tanto anche se non mi portavano a fare le gite quando ero piccola e le mie domeniche andavano sprecate, idem le vacanze scolastiche. Quante inutili estati. Quanta inutile libertà. “Soffia soffia” diceva Laura dopo che mi aveva messo lo smalto sulle unghie, e io soffiavo sulle dita ma lo smalto non si asciugava mai,  così dopo poco rovinavo metà del suo lavoro. “Soffia soffia” sull’anello mancante, l’ultimo enigma. Ho la sensazione che oramai tutto si sia compiuto.
Micia, ma che fine han fatto i tuoi figli? Non ti viene mai voglia di stare un po’ con loro invece di fare da mamma a me? A quest’ora o se li è mangiati la volpe o sono diventati selvatici. E se il gatto rosso fosse tuo figlio? Spiegherebbe perché non ti difendi quando ti picchia.

Le profezie di Patrizia mi hanno messo ko. Non una parola di speranza. Come si dice in questi casi? Mi sento come uno che gli è passato sopra un tram.
Da domani comincerò a dimenticare Franco. La cambio io la vita che non ce la fa a cambiare me.
E’ da un po’ che sono seduta sul balcone di quella che doveva essere la nostra casa.
Garitola ogni tanto viene a controllare cosa sto facendo e vorrebbe farmi compagnia ma il fumo le dà tremendamente fastidio, quasi la spaventa, così torna in casa.
Ho ufficialmente ricominciato a fumare. Un danno tira l’altro.
Gambe incrociate e sguardo rassegnato, studio il profilo della montagna che mi sta di fronte. E’ la cava di amianto ormai abbandonata a se stessa che separa la valle di Lanzo da quella di Corio. Eccola qui la mia Australia. Fino a venti anni fa da quelle cime si estraeva l’oro bianco delle Valli di Lanzo, cioè l’amianto. Minerale tanto ignifugo quanto dannoso. Fino a vent’anni fa l’amianto qui era ovunque. Addirittura si usava cospargere viottoli e cortili di paese con la ghiaia proveniente dall’amiantifera. Tanti sassetti bluastri striati di lanuggine bianca: l’amianto, appunto.
In quella cava hanno lavorato generazioni di operai morti per averlo respirato. “Lasciate ogni speranza oh voi che entrate…”
Tanti sono i nomi che si potrebbero dare a quella cava: montagna della morte, dell’ignoranza, della sopravvivenza, dello sfruttamento. Qui viene comunemente chiamata “la miantifera”, quasi fosse una amica di famiglia, ma sarebbe “l’amiantifera”.

Un giorno scriverò un  libro intitolato “Le regole di Anna”.
Io sovente mi affido ad alcune regole di buona esistenza grazie alle quali riesco a non fare troppi danni; alcune sono note un po’ a tutti, altre sono completamente farina del mio sacco.
Ecco la regola modellata a questo bel momento della mia vita:
“Se per due volte di seguito io e Franco non siamo riusciti a concludere nulla di buono, succederà anche la terza”. Ovvero non c’è il due senza il tre, quindi lasciamo perdere, lasciamo perdere, lasciamo perdere! (Ripetuto tre volte così funziona meglio).
Dunque mi dovrò accontentare di questa vita e questo boschetto. I caprioli che vanno e vengono, Garitola che mi porta in casa topi e serpenti, i fuochi d’artificio di Corio che mi arrivano al balcone e quella cazzo di cava là davanti.
Finalmente mi si è accesa la lampadina e ho capito perché la chiamano Miantifera!
Perché è a forma di M, come le Morroidi.



                                                       LE FOGLIE MORTE 2

 E’ tornato il vento che di mestiere fa cadere le ultime foglie dagli alberi.
E si ripete la stessa scena dell’anno scorso: cortile e strada sommersi da una quantità indescrivibile di simpatiche foglie scrocchierelle.
Ma questa volta mi faccio furba e non spreco l’intera mattinata per spazzarle giù nel burrone…. tanto il vento le tira subito su!
Oggi me ne frego delle foglie e me ne fregherò per almeno una settimana… Giusto micia?
Ottimo spunto per rimandare di una settimana le incombenze più rognose tra cui fare rifornimento di “pellet”. Sto andando avanti con la famosa stufa a pellet che mi aveva promesso Franco, e devo dire che è una cannonata. Addio camino!
Sono barricata in casa e mi scoccia parecchio dover lavorare con la luce accesa in questa luminosa mattina di novembre, però sono obbligata a farlo. Il sole oggi picchia ma picchia anche il vento, così ho dovuto chiudere le ante delle finestre che a loro volta picchiavano sempre più forte contro i muri esterni.
Lavoro appiccicata all’unica finestra che non ho oscurato, quella lato scala, la meno esposta.
Tutto sommato la mattina scorre pacifica e rilassata.
Garitola mi tiene d’occhio dalla poltrona, il vento rumoreggia sulle note delle canzoni alla radio e il cuore del Drago batte come sempre.
Il mio di cuore se l’è portato via Franco e in me è rimasto un vuoto profondo…
Quando partisti come son rimasta
come l’aratro in mezzo alla maggese
Di Franco non ho più saputo nulla e nulla ho voluto sapere. Lui non si è mai fatto vivo e ho avuto il terrore di contattarlo io tramite suo padre. Sono passati quattro mesi dall’ultima volta che ci siamo promessi amore eterno.
In questi quattro mesi di silenzio ho pensato di tutto, addirittura che fosse arrabbiato con me perché non avevo avuto il coraggio di mollare tutto. Qual è la donna che non si colpevolizza di tanto in tanto?
Che mi stia pensando ne sono sicura perché da quando Franco ha lasciato questa casa, ho Claudio Baglioni sempre tra i piedi. Radio, TV e giornali. Per me vuol dire molto, sono coincidenze che ho imparato a non sottovalutare.
Verso le undici comincio a rammaricarmi del fatto che la mattina sia quasi finita mentre io ho ancora un sacco di lavoro da fare. Pensiamo a cosa mangiare per pranzo.
Quando ad un tratto mi sembra di sentire la voce di un uomo che grida. Sarà il vento, sarà la radio.
C’è proprio un uomo che grida davanti al mio cancello. Io non ho campanello e quell’uomo vuol farsi sentire. Apro la finestra e mi affaccio. E’ un ciclista molto agitato, forse si è perso.
- Ha bisogno? –
- Signora c’è un incendio!  –
- Cosa? Un incendio? Ma dove! –
- Sotto la sua casa! Deve andare via! Se ha dei bambini li porti via!
Sblocco rapidamente la porta d’ingresso e mi precipito sul balcone. Subito vengo investita da una nube di fumo grigiastro che puzza di foglie bruciate.
Per tutta la mattina avevo sentito odore di fumo ma credevo fosse causato dalla mia stufa a pellet che dicono, all’inizio puzza.
Corro giù in cortile e mi sporgo oltre la ringhiera: c’è davvero il fuoco sotto la mia casa.
- Oddio oddio! Non è possibile oddio! –
Il ciclista urla forte, dice che me ne devo andare via, lui ha già chiamato due volte i Vigili del Fuoco ma non hanno capito che strada imboccare per arrivare alla mia casa.
- Tra poco la strada prenderà fuoco, io vado via! Deve andare via anche lei ma subito! –
Io dico: “Devo avvisare il padrone di casa!”
- Ma sei idiota! Devi andare via il più presto possibile! Hai la strada piena di foglie secche!
Devi scappare adesso subito! –
In un anno e mezzo che vivo al Pich dël Drago ho conosciuto bene la pericolosità del vento e del fuoco, tanto da capire che in questo momento la mia vita è appesa a un filo. Mi raggelo, comincio a sudare freddo.
Torno in casa come una furia. Mi precipito nella camera da letto che non uso mai e prelevo il trasportino di Garitola da un armadio. Afferro la gatta e la infilo nella gabbia con una mossa rapida e precisa.
Prendo la mia borsa e cerco chiavi della macchina. Corro giù per le scale, apro la macchina e sbatto il trasportino nel bagagliaio. Il fuoco è arrivato a bordo strada.
Torno su facendo tre scalini alla volta e come ultimo atto d’amore verso quella casa, chiudo le ante dell’unica finestra rimasta aperta, quella che mi ha salvato la vita.
Afferro la mia macchina per cucire, mi arrotolo il cavo del pedale intorno ad un braccio e scendo giù. Torno su a chiudere anche le ante della porta d’ingresso. Non so perché ma chiudo a chiave. Gesto automatico? Coscienza pulita? Secondi preziosi.
Scaravento la macchina per cucire addosso al trasportino di Garitola e abbasso di brutto lo sportello del bagagliaio. Con spavento mi chiedo se ho lasciato  la borsa in casa, ma per fortuna è in auto.
Apro il cancello e mi infilo in macchina. Le foglie hanno preso fuoco e il vento le butta in tutte le direzioni. Scintille turbinanti, fuochi fatui impazziti.
Faccio retromarcia e sbatto contro il cancello. Sento cozzare fra loro la gabbia e la macchina da cucire. Le gambe mi tremano così tanto che non riesco a centrare i pedali, i piedi mi scivolano da tutte le parti, oltretutto sono in ciabatte!
Inizio a discendere la stradina e passo sopra al fuoco. Una lunga fiamma sale sul vetro e poi scompare. In quel breve attimo mi sono sentita scottare la faccia.
Vorrei correre forte ma ho paura di finire fuori strada così mi controllo e conto i metri che mi separano dalla strada comunale. Potrei anche saltare per aria da un momento all’altro come nei film, ma almeno ci ho provato.
Arrivo alla strada comunale e mi passa davanti l’automezzo dei Vigili del Fuoco con le sirene spiegate. Suono il clacson per attirare la loro attenzione e dal momento che non si fermano, gli vado dietro lampeggiando con le luci. Finalmente si fermano!
Scendo e corro dall’autista che ha una faccia arrabbiatissima ma non parla.
- E’ la mia casa che brucia! E’ arrivato il fuoco adesso! La mia strada è appena qua sotto, dovete tornare in dietro! –
Gli spiego che possono fare manovra nel prossimo tornante, un curvone molto largo, ma devono sbrigarsi, io li aspetterò davanti alla mia stradina. Subito dopo capisco il perché l’autista subito avesse una faccia così incazzata: per far ripartire in salita quel bestione di autocarro c’è bisogno di una spinta portentosa, uno sforzo meccanico impressionante.
Il veicolo riparte faticosamente ed io rientro in auto, mia capsula della salvezza. Speriamo si sbrighino. Facendo retromarcia raggiungo l’imbocco della mia stradina e qui giro l’auto. Finalmente arrivano.
Voglio fuggire, non posso assistere, non posso vedere non voglio sentire l’odore di ciò che sta accadendo.
Tra poco tutto brucerà, la terra, gli alberi, gli animali del bosco e anche la mia casa rivestita di legno.
Come un automa guido giù verso Corio. Dopo trecento metri incontro un posto di blocco della Protezione Civile che sbarra la strada a chi vorrebbe salire verso la montagna. Si può solo scendere, fuggire dal fuoco.
Il mio prossimo obiettivo è quello di arrivare nella piazza di Corio e guardare cosa sta accadendo alla mia casa.  Da lì si ha una completa visione di tutto il Pich dël Drago.
Arrivo e vi trovo altre persone che sconvolte assistono all’incendio.
Apro il bagagliaio per far respirare Garitola che non ha smesso un attimo di miagolare come una disgraziata, e finalmente si calma.
Le chiome degli alberi intorno allo chalet stanno bruciando. Le fiamme divampano nel campo da bocce pieno zeppo di foglie secche, un falò a fianco della casa proprio dove ci sono le bombole del gas.
Come può essere accaduta una cosa del genere?
Ora non mi interessa di me che ho rischiato la vita, sono qui sana e salva. Mi distrugge vedere morire il bosco e la casa di Franco.
La tabaccaia del paese mi viene vicino e mi abbraccia; ha capito che sono sotto shock. Da un po’ di tempo avevamo fatto amicizia perché compravo da lei le sigarette e le avevo detto che abitavo nello chalet di Piero.
Scoppio a piangere disperata.
- Mio Dio quando lo saprà Piero! –
La signora fa di tutto per consolarmi mentre io ripeto singhiozzando che non è stata colpa mia e fino all’ultimo non mi ero accorta che ci fosse un incendio.
- Ero chiusa dentro perché c’era il vento forte, altrimenti avrei dato io l’allarme in tempo!  Se non c’era un ciclista che mi avvertiva, chissà dove ero adesso! –
Ditemi che non è vero, ditemi che questo è solo un incubo!
La tabaccaia mi chiede se il gatto che ho nel bagagliaio sia la famosa Garitola e io dico sì, certo è lei, tutto quello che mi rimane del Pich.
Santo Cielo la mia gatta! Dove la metterò questa povera gatta nata sfigata?
Ho un attimo di cedimento, mi metto a sedere sul bordo del bagagliaio vicino alla sua gabbia.
E adesso dove la trovo un’altra montagna per Garitola?


IL PONTE DEL DIAVOLO

La scorsa notte mi è tornata in mente una frase che mi aveva detto Franco e di cui mi ero completamente dimenticata: “Noi a Corio abbiamo il Picco del Drago e voi a Lanzo avete il Ponte del Diavolo… Hanno pure le stesse iniziali!”
All’epoca dei fatti mi meravigliai di come Franco fosse riuscito a cogliere quella particolarità (a me non sarebbe mai venuta in mente) ma innanzi tutto mi stupirono le sue prime parole: Noi a Corio. La speranza di rivedere Franco è legata  anche a quelle tre parole.
Lui era bravissimo a far perizie alfabetiche sui nomi propri. Un giorno, anzi una notte, si complimentò con me per il mio: “Tu hai un nome perfetto… Se ANNA lo scrivi tutto in stampatello ti accorgerai che ogni lettera è formata da tre stanghette… E poi è palindromo, lo si legge sia da destra che da sinistra”.
“Sticazzi… ma lo sai che hai ragione!” Ho commentato io elegantemente.
E solamente ieri mi è  tornato in mente un particolare relativo alla mattina dell’incendio.  Quando mi affacciai alla finestra per vedere chi urlasse e vidi un ciclista dietro il mio cancello, subito pensai che fosse Franco. Pensai che sotto la  divisa colorata e gli occhiali a specchio ci fosse lui che mi voleva fare una sorpresa. Per una frazione di secondo ho creduto ciò ma poi mi sono accorta che il tizio era troppo basso per essere Franco.
Mi ha salvato la vita quel ciclista. A volte penso che sia stato l’Angelo Custode di Franco a mandarlo da me. Forse gli Angeli dei ciclisti, come quelli di altre categorie, si aiutano più volentieri fra di loro e creano ponti di rapido soccorso di cui noi umani siamo solo pedine.
Meno male che esistono i ponti.
Il Ponte del Diavolo innanzi tutto non è semplicemente un ponte ma è un luogo. E’ la perla di Lanzo, un angolo di paradiso come ce ne sono pochi al mondo.
Molto tempo fa qualcuno ebbe l’idea di accorciare le distanze tra due montagne (il Monte Basso e il Monte Buriasco), proponendo la costruzione di un ponte. Sotto di esso il fiume Stura.
Quanta gente avrebbe goduto di tale impresa, forse troppa a giudizio dei signorotti della zona spaventati dalla modernità. Mi immagino la scena:
Colleghi Dottori, Illustrissimi Notai e Farmacisti! Non possiamo accogliere la proposta dei villani che sollecitano la costruzione di un ponte in pietra! E’ impresa troppo onerosa e di poca utilità! Ma ragioniamo… che bisogno ha il popolo di tale scorciatoia? Non è forse contento di camminare ore e ore per aggirare i monti e passare oltre la Stura? Dio ci è testimone che chi non ha testa mette le gambe ed essi sono nati muli!

Dal momento che nessuno si decideva a fare il ponte, ci pensò il diavolo in persona che in una notte lo tirò su e gli venne bene.
Il furbacchione era sì disposto a lasciarlo lì e farlo usare a chi ne avesse bisogno, ma ad una condizione. E cioè che gli venisse consegnata la prima anima che avrebbe attraversato quel ponte. Ovviamente tutti accettarono ma nessuno si sacrificò.
E il diavolo aspettava… Così, tanto per cambiare, venne preso di mira un cane che di quel ponte non gliene fregava proprio niente.
Un tale San Rocco rapì questo povero cane, gli legò la bocca fin quasi a farlo soffocare e poi lo ficcò in un sacco.
“Diavolo, ecco la tua anima e firma il passaggio di proprietà!”
Il diavolo si prese il fagotto e firmò l’Atto, ma quando aprì il sacco, dentro vi trovò il povero cane e non un cristiano come credeva lui.
Sempre di anima si trattava e si dovette accontentare, tanto più che aveva firmato.
Incavolato nero, sferrò un calcione ad un sasso e si fece un male boia. Tutt’ora è visibile l’impronta del suo zoccolo in un lato del ponte (tutti credono di sapere dove sia ma i più si sbagliano).
A differenza di San Rocco, il diavolo ebbe pietà del cane e se lo portò a casa.
E così gli abitanti dei due monti ebbero il loro sospirato ponte pagato con l’inganno.
Nonostante ciò il diavolo lo tenne su primo perché era uno di parola e poi perché lo scambio si era rivelato proficuo: lui e il cane si volevano molto bene.
Morale della favola: gli uomini mantengono le promesse a modo loro.

Il Ponte del Diavolo di oggi è un luogo turistico assai frequentato. A causa del suo aspetto un po’ primitivo, molte persone credono che abbia origini antichissime, in realtà non è poi così arcaico dal momento che è stato costruito nel Medioevo (e non ad opera del diavolo). Il fatto che sia tutto in pietra non vuol dire che risalga all’Età della pietra! Altrimenti non potrebbe stare su.
Il primo equivoco si ha proprio all’ingresso del parco. Lì campeggia un monolite di granito perfettamente rettangolare che qualche amministrazione comunale ha voluto collocare per antichizzare il luogo. Sotto di esso un altare in pietra stile “sacrifici umani”.
Questo grande cartello pubblicitario alla moda dei Flinstones, accoglie il turista con iscrizioni cubitali e solenni:
FORZA TORO
JUVE MERDA

Nel fine settimana giungono famigliole da ogniddove per visitare il leggendario angolo di paradiso e tante coppiette vengono a fare la passeggiata romantica (non si capisce come le fidanzate riescano a camminare con i tacchi a spillo sui ciottoli del sentiero, ma si sa, per amore si fa questo ed altro).
Poi qui ci vengono i ciclisti con la bici in spalla (?), gli scalatori, i pensionati, i pensatori, i pescatori, i perditempo e quelli che portano i cani a scagazzare.
Io arrivo al Ponte del Diavolo  con un gatto, anzi una gatta.
Prima di aprire la gabbia mi assicuro che non ci sia nessuno.
Sono le ore 13:00 e spero proprio che stiano tutti pranzando. State in casa il più possibile che fa freddo.
Apro il bagagliaio dell’auto e la gabbia di Garitola la quale con un balzo, fugge dal mostro meccanico e atterra nel parcheggio vista monolite. Punti di riferimenti zero, solo me. Protesta.
- MEOOO! – (Dove cavolo siamo?)
Dopo cinque minuti di osservazione non le basta più stare lì, vuole gironzolare. La curiosità si è impossessata di lei ed era esattamente ciò che speravo.
Quando vivevamo al Pich, avevo constatato che alla mia gatta piaceva molto fare le passeggiate in mia compagnia. A parte il fatto che mi stava appiccicata anche quando spalavo la neve e spazzavo il cortile, per lei le passeggiate erano qualcosa di incredibilmente appagante. Le piaceva vivere la natura insieme a me.
Un pomeriggio d’estate ci siamo spinte oltre alla nostra viuzza privata ed abbiamo camminato lungo la strada comunale dove ogni tanto passavano automobili.
Non avvezza a quel genere di pericolo, spesso la prendevo in braccio per sottrarla a schiacciamento sicuro, ma lei subito voleva scendere e camminare dietro di me (o in mezzo alla strada).
Dopo duecento metri si è infilata sotto la rete di un orto, al riparo dal sole, e da lì non si è più mossa. Io ho continuato per un po’ la camminata ed al ritorno l’ho trovata ancora lì che aspettava me. Si era riposata.
Ma scendiamo dalle cime di Corio, siamo qui al Ponte del Diavolo.
Dopo la prima curva del sentiero i rumori di Lanzo svaniscono nel nulla e capitiamo in un altro mondo. Un grande fiume azzurro davanti a noi e lo sperone del monte Basso al di là delle acque. Non mi ricordavo tutta questa bellezza, è da un secolo che non vengo qui.
Improvvisamente, da un isolotto sotto di noi si leva in volo un bellissimo uccello bianco. Garitola fugge  arrampicandosi agilmente sulla roccia che costeggia il sentiero, così scopre una valida via di fuga.
Non vorrei spararla grossa… ma a me quello sembrava un airone. Subito dopo penso non sia possibile perché gli aironi non sono uccelli di montagna… Nossignori, gli aironi sono “trampolieri di palude” (l’ho scoperto facendo le parole incrociate di mio padre) e il Ponte del Diavolo tutto è tranne che paludoso. Sarà stato un gabbiano.
Proseguiamo la nostra visita percorrendo l’unico sentiero possibile, frastagliato da sassi aguzzi e ciottoli. Cammino piano per dare a Garitola il tempo di annusare ciò che la circonda e capire chi è passato prima di noi. Più andiamo avanti e più la mia gatta si fa contenta e coraggiosa. Chissà cosa avrà annusato.
Arriviamo alla cappella di San Rocco, una casupola malandata, e qui facciamo una sosta. Davanti a noi la salitella del Ponte. Mi chiedo se Garitola avrà il coraggio di venirmi dietro quando ci camminerò sopra. Il Ponte è un ponte, sotto c’è niente, nessuna via di fuga.
Prima ancora di darmi una risposta, vedo Garitola zampettare al centro del Ponte. Ora tocca a me seguire lei!
Arriviamo all’apice del ponte ad arco e con un balzo Garitola sale sul parapetto basso e spesso. Si accovaccia e si mette a contemplare la Stura.
Io credo che il Ponte nell’arco della sua vita non sia mai stato attraversato così volentieri da un gatto. Quassù deve essere passato di tutto: carri, cibo, armi, animali a non finire, gente comune, soldati, briganti, artisti vari, geologi e illustri scienziati. Almeno una testa coronata sarà passata sopra questo ponte ma un gatto vivo, penso mai.
Garitola è felice di aver ritrovato un po’ del suo mondo, la montagna e i suoi profumi. L’unico mondo dove poter vivere anche senza di me. C’è l’acqua, ci sono nascondigli a non finire, crepacci ove ripararsi, ed il suo naso ha già catalogato tutta una serie di animaletti da poter cacciare. Mi sa che anche qui gira la volpe, questo posto è troppo uguale al Pich dël Drago.
Mi siedo sul parapetto opposto al suo e la guardo incredula. Il vento freddo le fa ondeggiare il pelo e i lunghi baffi bianchi ma lei non si scompone; guarda il fiume, la montagna di destra, quella di sinistra e poi guarda me.
- ME- MEU! – (Grazie di avermi portato qui).
- Grazie a te micia. –
Dopo un’oretta ci avviamo verso la macchina.
Doppiamo la curva che segna il confine tra paradiso e civiltà, e Garitola furtivamente sale su una montagnola per depositare i suoi bisogni vicino ad un sacchetto di nylon blu che sbuca dalle foglie. Poi decide di non seguirmi più, esattamente come il giorno che si imboscò sotto la rete dell’orto e lì attese il mio ritorno.
No micia, è troppo rischioso. Prima di lasciarti qui voglio essere sicura che ti sei ambientata bene.

Torniamo a casa. Dio che bello avere una casa. Solide mura, oggetti perenni, comodi cuscini. Non ho mai amato tanto le credenze di mia madre come ora. Veramente non le ho proprio mai amate e umilmente chiedo scusa.
- Allora, com’è andata? –
Apro la gabbia di Garitola e racconto con entusiasmo per filo e per segno come si è comportata la mia gatta al Ponte del Diavolo.
L’incendio del Pich è stato un grosso trauma anche per i miei genitori.
Il giorno in cui sono tornata qui da loro con Garitola nella gabbia, mi hanno dato dimostrazione di grande amore e sensibilità. Hanno avuto così paura di perdere la propria figlia che  dallo spavento sono presto passati al sospiro di sollievo.
Per la prima volta in tutta la mia vita non mi hanno fatto sentire come una che si ficca sempre nei guai. Per la prima volta mi hanno teso una mano consapevoli del rischio che avevo corso e del mio smarrimento (finalmente nostra figlia ha bisogno di noi).
Anche loro sono stati felici su al Pich dël Drago.
Ma tutti sappiamo che Garitola in questa casa è di troppo.
Fatemi prendere fiato poi vi giuro che la troverò una sistemazione per lei.
Da quando siamo giunte qui, abbiamo subito capito che ci dovevamo comportare bene perché non avevamo alternative.
Siamo state brave, educate e silenziose, ma dopo una settimana Garitola è esplosa in  una crisi di nervi straziante, convulsioni tipo pesciolino messo fuori dall’acqua.
Troppi i rumori nuovi, troppo caldi i termosifoni, niente gabinetto all’aperto, niente albe e tramonti. Niente libertà.
La notte scorsa ero lì che pensavo ad un sacco di cose angoscianti quando mi sono venute in mente le parole di Franco: “Noi a Corio abbiamo il Pich dël Drago e voi a Lanzo avete il Pount dël Diav… Hanno pure le stesse iniziali!”
E’ cosa fatta, grazie Franco. Era anche ora che ti facessi vivo!

Il giorno dopo io e Garitola torniamo al Ponte del Diavolo alla stessa ora di ieri, cioè verso le 13:00. Momento perfetto per non incontrare gente ad anche meno freddo del giorno.
Questa volta facciamo una passeggiata molto più lunga perché voglio essere sicura che il posto le piaccia. Accidenti se le piace! A parte il fatto che questo è il luogo più simile al Pich che io conosca, Garitola farebbe carte false pur di non tornare nell’appartamento.
Facciamo il giro completo del parco piano piano, passetto alla volta. Ogni tanto una carezza e un croccantino.
Esattamente come ieri, lei esplora divertita anche i ciuffi d’erba più banali ed esprime la sua gioia con sinfonie di gorgheggi. Poi arriva il momento di tornare verso l’auto e lei lo sa che stiamo terminando il tour. Così sale sulla montagnola della famosa prima curva e come ieri espleta i suoi bisogni vicino al sacchetto di plastica blu. Ha deciso che quel posto è suo.
Faccio la mossa di andare a prenderla. E’ solo una mossa, voglio vedere quanto è determinata a restare lì. Garitola si arrampica su di una roccia per non farsi acciuffare. La mossa ha funzionato.
Mi dirigo verso l’auto a passo lento dandole modo di raggiungermi anche fino all’ultimo. Mi giro, non la vedo più, primo perché sono miope, due perché lei ha gli stessi colori della roccia. Nulla si muove vicino al sacchetto blu. Nessuno mi corre dietro.
Sento una fitta al cuore. Ma come può lasciarmi andare senza avere la certezza che tornerò?

Racconto tutto ai miei, racconto tutto a Patrizia e Dio solo sa come vorrei raccontare tutto anche a Franco.
Tutti, tranne Franco, si chiedono come sia possibile che una gatta abituata alle comodità dello chalet, improvvisamente voglia vivere da sola tra le asperità rocciose del Ponte del Diavolo. Oltretutto l’inverno si sta facendo strada con tutto il suo poderoso freddo.
La risposta è solo una: gatto rosso.
Quando abitavamo su al Pich, la mia gatta era costretta a passare buona parte del suo tempo dentro casa con me per sfuggire alle botte di un gatto pel di carota. Lei, bassotta e mite, era terrorizzata da questo perfido gatto gigante che voleva eliminarla dalla faccia della terra. Probabilmente la odiava perché credeva fosse un rivale maschio, infatti per Garitola questo incubo ha avuto inizio subito dopo che l’ho fatta sterilizzare.
Ecco perché le piace tanto il Ponte del Diavolo: non c’è il gatto rosso!

Non sono gabbiani, sono proprio aironi bianchi. E ci sono anche quelli grigi.
Tutte le volte che arrivo alla curva, qualche airone nascosto tra i canneti vola via. Se è bianco ho deciso che mi porta fortuna, novità in arrivo.
- MICIAAA! –
- MEUUU! –
Il luogo deputato per i nostri incontri si trova proprio dietro la curva.
Lei compare in tutto il suo splendore su di una roccia alta e lontana dagli umani percorsi.
Se salgo sulla panchina della curva riesco anche a vedere la piccola spelonca dove lei si ripara dal freddo e dalle intemperie.
Un giorno che aveva nevicato, non le andava di lasciare il suo rifugio ed è rimasta lì dritta a guardarmi (Sembrava la statua di una madonna nel suo pilone votivo). Ebbene, mi sono dovuta inerpicare io per lasciarle il cibo vicino alla tana!
Quando la giornata è bella a volte viene mio papà  a portare da mangiare a Garitola, così si fa un giro che gli fa solo bene.
Mia madre assolutamente no, ha paura di cadere. E poi ha paura delle vipere, dei cinghiali, degli zingari, degli UFO e di quelli che fanno le messe nere.
Da anni circola questa voce, e cioè che al Ponte del Diavolo si facciano riti satanici e forse è anche vero. Ma succede di notte, mica di giorno.
A me delle messe nere non importa un granchè. Sono molto più colpita di vedere volare gli aironi sopra il Ponte del Diavolo. Ma da quant’è che ci sono gli aironi qui?

- Un gatto al Ponte del Diavolo? –
La domanda giunge da un signore con la divisa verde.
Oddio! Vuoi vedere che dovevo chiedere un permesso speciale per “inserire” Garitola al Ponte del Diavolo? Vuoi vedere che la presenza di un gatto rischia di alterare l’equilibrio faunistico del parco? Vuoi vedere che adesso questo qui ci fa una mega multa?
Il signore che probabilmente è una guardia forestale o affine, apre il marsupio che porta alla cintola ed estrae qualcosa.  Micia, siamo fregate!
- Posso fargli una foto? E’ la prima volta che vedo un gatto al Ponte del Diavolo. –
E’ una gatta. Garitola nel frattempo ha preso le distanze ed è salita sopra una roccia non lontano da noi.
L’uomo mette a fuoco il soggetto e lei resta immobile, mediamente scocciata.
Nel frattempo passano due turisti e si chiedono cosa caspita stia fotografando quella guardia lì… L’erba secca del Ponte del Diavolo? Il mantello di Garitola è così uguale alla roccia che è quasi impossibile accorgersi di lei.
Un giorno la guardia farà vedere la foto ai nipotini e dirà: “Bambini, indovinate un po’ dov’è il gatto!”
Garitola, il gatto che c’è e non c’è!
La guardia simpaticamente mi chiede come mai la mia gatta viva lì. E ‘ solo curiosità personale.
Anche se oramai sono passi due mesi, quando parlo dell’incendio mi si spezza la voce. A volte mi accorgo di balbettare. Il fuoco, la fuga, la distruzione di tutto, sono cose che mai potrò dimenticare. Oramai dentro me si è formato un grumo di dolore che farò fatica a sciogliere. Ancora mi chiedo per quale strano miracolo la mia auto non abbia preso fuoco quando abbiamo percorso la stradina cosparsa di fiamme. Tremavo di paura e sudavo freddo in modo impressionante; In quei secondi la mia temperatura corporea deve essersi talmente abbassata da causare il congelamento dell’auto.
La guardia sa bene di quale incendio sto parlando perché tra loro colleghi se ne è discusso tanto.
- Si è poi saputo che fine ha fatto il maiale? –
Chiedo alla guardia, e lui dice che no, non ha alcuna novità su quel povero maiale, altro animale finito nei guai per la stupidità umana.
Ma parliamone bene di questa stupidità.
In principio fu il Drago. E si credeva che questo drago abitasse in una grotta del Pich, su a Corio. La grotta esiste veramente e vi si può accedere tranquillamente tramite una viuzza privata simile a quella che avevo io quando abitavo allo chalet. Franco mi aveva raccontato che da ragazzino ci andava con gli amici in questa grotta ma non era niente di speciale. Più che altro sporca, gabinetto per fungaioli ed amanti della natura.
Da un po’ di tempo a questa parte, qualcuno ci faceva crescere un maiale.
Era anche stata piazzata una rudimentale porta di lamiera davanti alla grotta affinchè l’animale non fuggisse e non fosse visto da nessuno. Che vergogna!
Il giorno in cui è divampato l’incendio, il padrone del maiale  stava bruciando gli escrementi dell’animale dentro un bidone di ferro, ma purtroppo qualche scintilla deve essere saltata fuori finendo sulle foglie secche. Il vento poi ha fatto viaggiare le foglie in ogni direzione seminando fuocherelli qua e là.
Lo stupido essere umano che ha causato tutto ciò è un giardiniere di Torino. Uno in pensione che si era inventato di fare l’allevatore a casa degli altri e non vedeva l’ora di avere tanti salami e salsicce da regalare al parentado.
Prima di fuggire dall’incendio, il pensionato ha tirato fuori il maiale dalla grotta e lo ha lasciato al suo destino ma mica per salvargli la vita, eh no, solo perché non si scoprisse che lì dentro si stava tirando su un maiale. Folle progetto degno di persona folle.
L’uomo è quindi fuggito senza avvisare nessuno che vi fosse un incendio in atto!
Lo hanno preso dopo un mese di indagini, invece del maiale non si è saputo più nulla, ecco perchè ho chiesto notizie alla guardia forestale.
Dicono che i maiali siano animali molto intelligenti e spero che quello lì abbia trovato una via di salvezza lontano dagli esseri umani.
Una cosa è certa… su al Pich diventerà leggenda e se lo merita, poveretto.

Nel mio lavoro viene sempre quel momento in cui il cliente se ne arriva con una collana di perle. Detto così potrebbe sembrare una bella cosa… Potrebbe!
Ogni donna che si rispetti possiede una collana di perle che non mette MAI! Mi riferisco a quelle belle collane lunghe lunghe svendute insieme alle riviste di moda, oppure ricevute in dono da una amica taccagna, magari pescate al banco di beneficenza. Proprio quelle collane lì, di plastica dura a volte colata direttamente sullo spago sintetico. A volte hanno la vernice che si sbuccia come il primo strato della cipolla mentre altre volte sono perfette.
Il mattino dell’incendio stavo cucendo una collana di perle sopra il bordo di un cappello stile trecento. Ecco la fine che fanno le collane di perle.
Ho perso il conto delle collane che ho attaccato sui costumi delle signore. Tutte  credono di proporre una genialata e se la cosa non si addice a quel tipo di costume, a loro non importa minimamente. Han troppa voglia di vedere realizzata la loro brillante idea nonché di riciclare l’irriciclabile!
Quando sono fuggita dallo chalet ho provveduto a salvare me, la mia gatta, l’automobile, la macchina per cucire e stop. Il cappello che stavo finemente decorando con ennesima collana di perle è rimasto là.
Titolo del dramma: “Dare le Perle ai Porci”.
Soggetto: una casetta in legno, un cappello da regina, un posto da favola, la fiammata del Drago e un maiale svanito nel nulla.
Non smetto di pensare che lo chalet sia andato in fumo perché io e Franco abbiamo bruciato la nostra seconde chance, quella che non si può sprecare.
Noi due abbiamo gettato le perle ai porci.


                                                                          SOS

Garitola è rimasta al Ponte del Diavolo per quattro mesi, praticamente tutto l’inverno.
Più il clima si faceva rigido e più lei diventava bella. Ha sfidato il vento, la pioggia, la neve e il gelo con singolare indifferenza .
Ogni volta che la andavo a trovare, lei appariva in cima alla sua roccia avvolta da un’aura di felicità quasi commovente. Dimostrava molto affetto nei miei confronti, gratitudine per la mia amicizia e il mio cibo, e la compagnia di un’oretta se non faceva brutto. Ma soprattutto era soddisfatta di vivere in un bellissimo parco pieno di comodità e angoli da scoprire.
A volte andavo a trovarla di domenica mattina e mi facevo anche un bel giretto nel parco insieme a lei. Io mi rilassavo e gettavo al fiume i pensieri più tristi, lei si divertiva come una pazza a gironzolare insieme a me.

Una domenica mattina di fine marzo, accade però una cosa insolita.
Giungo alla curva dei nostri appuntamenti e Garitola si presenta come al solito bellissima ma agitatissima. Occhi sbarrati e miagolio straziante.
E’ sconvolta per qualcosa che sa solo lei. Cosa può esserle accaduto di così inquietante? Lei vive sopra-dentro le rocce, guarda il mondo dall’alto in basso e ha il controllo di tutto quanto accade in questo luogo già di per sé paradisiaco.
Cerco di calmarla con carezze e ottimo cibo ma lei vuole altro da me.
Se durante gli incontri precedenti camminava al mio fianco salendo  sulle rocce, oggi mi si getta ai piedi perché vuole essere ascoltata.
Intorno a noi qualche turista vede le scene e si ferma a commentare incuriosito. Qualcuno ha la bici, altri il cane, alcuni tengono i loro bambini per mano.
Garitola fugge ad ogni incontro poi torna da me sempre più agitata, sconvolta, spaventata. Ma da cosa?
- Micia, hai per caso incontrato un maiale? –
Ci metto un po’, ma alla fine capisco il motivo di tanta disperazione. I turisti.
Con l’arrivo della primavera, al Ponte del Diavolo è cominciata la processione di visitatori e Garitola non tollera che il suo territorio venga invaso da cotanti stranieri. E siamo solo all’inizio.
Con la sua agitazione mi sta dichiarando di essere già arrivata al limite della sopportazione.
- MEO MEO MEO ! – (Portami via portami via portami via!)
Stai pur certa che non me ne vado senza di te. Vieni, andiamo a casa.
La furbetta si ferma per l’ultima volta a fare i suoi bisogni vicino al solitario sacchettino blu, poi mi trotterella dietro fino alla macchina. Mai stata tanto contenta di entrare nella gabbietta!
Quando varco la soglia di casa con Garitola nel trasportino, a mia mamma quasi casca il mestolo di mano. Tranquilla, siamo solo di passaggio.
 Adesso pensiamo a mangiare che a stomaco pieno si ragiona meglio, e poi vedremo di trovare… un’altra montagna per Garitola!

Durante il pranzo siamo tutti silenziosi.
Per una volta ascoltiamo il Papa alla televisione. Anche Garitola.
Piazza San Pietro è piena di gente che guarda in su. Bellissima giornata di sole anche lì a Roma. Oggi al Ponte del Diavolo ci sarà un discreto viavai di turisti, ieri pure, ecco perché Garitola è andata fuori di testa. Ma quanto durerà in questo appartamento prima di farsi venire altre crisi isteriche? Sicuramente meno di ventiquattro ore considerato che per quattro mesi ha goduto della sua piena libertà al Ponte del Diavolo e senza mai venire a casa una volta.
Devo trovare una sistemazione per lei il più presto possibile. Ma ora mi conviene mangiare il bollito di mia madre e fare finta che mi piaccia, così le torna il buonumore (a mia mamma).
In realtà una soluzione ci sarebbe. Se le cose si mettessero male potrei lanciare un sos a Piero, il mio ex padrone di casa.
Ma io Piero non lo rivedo volentieri perché il giorno dell’incendio mi ha aggredito nella pubblica piazza di Corio e mi ha dato la colpa di tutto.
Quando gli ho detto che ero stata avvisata all’ultimo da un ciclista, mi ha dato della stupida contaballe! Secondo lui l’incendio l’avevo causato io con un mozzicone di sigaretta e poi me l’ero svignata.
- Bastarda! Mi hai distrutto la casa! –
Ho fatto di tutto per farmi ascoltare ma le parole mi uscivano tremolanti e confuse mentre lui gridava come un pazzo. E tutto davanti alla gente che si era radunata in piazza per vedere l’incendio. Solo la tabaccaia di Corio prese le mie difese tanto che ad un certo punto minacciò Piero di chiamare i carabinieri se non mi avesse lasciato in pace. Sono tornata a casa tutta intera solo grazie a lei! Grazie anche a suo marito che mi ha portato qui a Lanzo con la sua auto. Io stavo seduta nei sedili dietro avvinghiata alla gabbia di Garitola, eravamo tutte e due disperate!
Dopo un mese, quel coglione di Piero mi telefonò e mi chiese scusa di tutto. Stavolta era lui che piangeva e balbettava. I giornali della nostra zona avevano riportato in prima pagina l’assurda vicenda del maiale, ovvero che l’incendio del Pich era stato causato da un pensionato mentre bruciava lo sterco del suo maiale, così Piero dovette assolvermi.
Ma figuriamoci se avrei mai gettato un mozzicone giù dal balcone! Neanche la cenere avrei buttato. Per me il Pich dël Drago era sacro. Un luogo dell’anima.
Mentre Piero si flagellava al telefono per chiedere scusa, mi venne da pensare: no, non lo perdono, voglio che soffra come un cane e non ci dorma più la notte, così dovrà farsi vivo Franco a chiedere clemenza!
Ma la persona intelligente che è in me non diede retta a quella voce e si lasciò andare al perdono. Quindi dissi: “ Ok Piero, mettiamoci una pietra sopra! “
Però avrei anche voluto dirgli:
“Andate al diavolo sia tu che quello stronzo di tuo figlio che non si è neanche fatto vivo dopo l’incendio! Non voglio più saperne di voi due, andate a quel paese e RESTATECI! Io non metterò mai più piede a Corio e neanche andrò mai in Australia quindi voi scordatevi di me. Da questo momento ognuno per la sua strada”.
Piero, felice di essere stato perdonato, mi chiese se avessi trovato una sistemazione adeguata per Garitola, perché se non l’avessi trovata lui era disposto a prendersela in casa per tutta la vita.
La sua proposta giunse quando Garitola abitava da un mesetto al Ponte del Diavolo, quindi fui felice di rifiutare l’offerta, ma ora che siamo di nuovo in crisi, la mega villa di Piero potrebbe tornarci utile.
Vero è che gli unici momenti belli della mia vita sono quelli che passo con Garitola e farei molta fatica a separami da lei.  Per il suo bene potrei anche consegnarla a Piero, ma io sento che dobbiamo fare ancora molta strada insieme.

Tagliatelle in brodo, bollito e purè. La messa è finita, andiamo in pace!
Mio papà rompe il silenzio facendomi partecipe di un suo pensiero.
- Poco lontano da qua, vicino al cimitero, mi sembra di aver visto della boscaglia… magari al tuo gatto piacerebbe. –
Alzo gli occhi al cielo.
- Ma papà, vicino al cimitero c’è solo la discarica comunale! –
- Non da quella parte lì… Dall’altra parte del cimitero. –

Da quanti anni era che non venivo al cimitero di Lanzo?
Gli stessi che non mangiavo il bollito.
Quando la questione riguarda Garitola, mi muovo sempre verso le 13:00, così non incontro gente e posso studiare con calma la situazione anche se lei non c’è.
Mio papà che da quando è in pensione non si perde un funerale, ci aveva visto giusto: sulla sinistra del cimitero c’è un sentiero sgangherato che passa in mezzo ad un po’ di alberi. Una volta mica c’era questo posto.
Prima di farmi tante domande, una insegna di legno posta di traverso su due pali, mi dà il benvenuto: LAVORI ESEGUITI DALLA REGIONE PIEMONTE.
Procedo lungo il sentiero con passo felpato, quasi felino. Devo valutare il posto ragionando da gatto e non da essere umano, ma l’essere umano che è in me non può fare a meno di notare la sporcizia del posto: cartacce, preservativi, bottiglie di birra.
Nell’insieme quest’area potrebbe assomigliare ad un boschetto, però mancano le asperità rocciose tanto amate da Garitola. Mancano nascondigli per ripararsi dalle intemperie e mancano alture ove fuggire in caso di pericolo imminente.
L’unico vero pregio è che si trova a due passi da casa mia, cioè dei miei, e potrei portare spesso a casa Garitola se questo posto non le dovesse piacere.
Prima di consegnarla al mio vecchio padrone di casa devo assolutamente fare qualche tentativo. Domani la porterò qui e vedremo cosa succederà. Oltretutto stiamo andando verso la bella stagione, quindi per un po’ Garitola potrebbe fare a meno di tane e pertugi.

Il giorno dopo, sempre alla stessa ora, io e Garitola entriamo in azione.
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo… Amen!
- MEUUU! – (Dove cavolo mi hai portato stavolta?)
Dopo essermi assicurata che nei paraggi non vi siano persone, animali e cose in movimento, inizio a camminare lungo il sentiero, sicura che Garitola mi seguirà. Quasta è l’unica certezza che ho. Ovunque andremo, lei non si allontanerà da me, a meno che non si spaventi per qualcosa. Oramai tra di noi si è formato un guinzaglio invisibile molto più solido di quelli veri.
Ringraziando il Cielo, Garitola si dimostra entusiasta del nuovo posto.
Ovviamente lo sa che ci troviamo qui per trovare a lei una sistemazione e dopo un  sopraluogo fatto alla sua maniera, si arrampica su di un albero bello rugoso e si accuccia fra due grossi rami.
- MEU. – (Vai pure, ci rivediamo qui domani, ciao).

Ogni volta che ne faccio una giusta mi sento la persona più ricca del mondo. Vedo Garitola felice e sono felice anch’io.
Oggi è andato tutto bene, mi porto a casa una vittoria, domani si vedrà. Grazie papy!
Ma non ho voglia di tornare a casa, sono troppo carica e la mia pausa pranzo non è ancora finita. Voglio vedere fin dove arriva questo sentiero sgarruppato.
E così arrivo dietro il cimitero. Poi tutto sembra finire con un muro altissimo.
Procedo, male che vada troverò un angolo di umana sporcizia.
Ma proprio dove la strada sembra finire, ha inizio la sorpresa. Davanti a me un bellissimo spazio aperto pieno di luce e colori. Mi sembra di essere finita in uno di quei paradisi terrestri raffigurati nelle riviste dei “Testimoni di Genova”, come li chiama mio papà.
Ma sto sognando?
Ho varcato uno Stargate invisibile e sono finita su un altro pianeta? O nell’antica Grecia!
Uscita dalla piccola selva oscura, ora mi ritrovo ad ammirare colline d’erba verdissima e luccicante. A perdita d’occhio vedo solo prati gibbosi e piccoli sentieri.
Mi decido ad entrare nella visione paradisiaca e quasi con commozione scopro che alcuni di questi sentieri in realtà sono ruscelli d’acqua pulita e canterina.
Oddio! Sono morta e non me ne sono neanche accorta!
- MEUUU! – (Dove cavolo siamo adesso?)
- Micia! Sei morta anche tu! –


AMARI RICORDI
(Tre anni fa)


Domenica 8 ottobre 2000

Al nostro risveglio scopriamo che in casa mancano acqua e luce. Un tam tam di notizie allarmanti scuote l’intero condominio: c’è l’alluvione.
Nessuno ci aveva fatto caso che stava piovendo da tanti giorni e nessuno aveva pensato che fosse una pioggia pericolosa considerato che in passato era piovuto anche di più e non era successo niente di niente.
La tele non va, la radio (senza pile) non funziona, il cellulare non prende e i telefoni fissi sono muti.
Tutto il condominio si chiede come mai dai rubinetti non esca una goccia d’acqua nonostante fuori ci si il diluvio universale, ma nessuno sa darci una spiegazione.
Col passare delle ore capiamo che la situazione è molto seria. Il nostro paese è isolato dal resto del mondo.
Per mio padre questo è la terza alluvione della sua vita.
La prima che ha visto è stata quella che nel 1950 ha investito le campagne veronesi, sue terre natie;  poi c’è stata quella del 1994 qui in Piemonte ed ora questa del 2000.
L’esperienza di mio padre, sommata allo spirito catastrofistico di mia madre, hanno totalizzato una perenne scorta d’acqua in casa nostra. Taniche piene anche in garage e cantina.
Noi che abbiamo l’acqua ci sentiamo dei miracolati (anche la nostra anziana vicina di pianerottolo).

Lunedì alluvione. Martedì alluvione.
Mercoledì ci svegliamo e c’è il sole, un sole che sembra volerti prendere per i fondelli. Le acque hanno seminato distruzione per mezzo Nord e il sole se ne esce come niente fosse.
Gli acquedotti sono fuori uso, ma ringraziando chi di dovere sono arrivate le autocisterne dei Vigili del Fuoco per distribuire acqua! Ce n’è una in ogni via principale del paese e ben due nella piazza.
Una imponente autocisterna è stata dislocata proprio sotto il nostro condominio e quando ce la troviamo in strada già di primo mattino, quasi non sappiamo che pensare.
Non capiamo se quell’acqua sia davvero per noi, se sia necessario compilare un foglio per averne un po’ o si debba pagare.
Due uomini in divisa color kaki sostano ai piedi del mezzo; braccia incrociate e gambe divaricate, sembrano due Rambo  pronti a tutto per difendere quella miniera d’oro .
Ma sta acqua si può prendere sì o no?
Scendiamo in strada tutti un po’ perplessi e nessuno osa avvicinarsi alle due sentinelle, anche se abbiamo il sospetto che siano semplicemente dei Vigili del Fuoco.
Loro ci guardano seri. Le facce tirate.
Per un bel po’ li squadriamo dalla testa ai piedi quasi fossero degli UFO, e secondo me loro pensano di noi la stessa cosa. Io, con i capelli unti che mi ritrovo, non ho proprio il coraggio di andarci a parlare… Magari non conoscono neanche la nostra lingua!
Morale della favola, per tutto il giorno preleviamo acqua dai rubinetti della cisterna senza scambiare UNA sola parola con i Vigili del Fuoco. Ci facciamo capire a gesti!
Come poveri malati di mente, giungiamo davanti ai due uomini e senza aprire bocca mostriamo i secchi da riempire. Guardiamo i Vigili e poi i rubinetti come per chiedere: possiamo prendere la vostra acqua?
Chissà cosa avranno pensato di noi i Vigili del Fuoco! E dal momento che noi chiedevamo a gesti, loro rispondevano a gesti per non spaventarci. Ad ogni muta richiesta loro facevano “sì” con la testa e poi mostravano un cartello con sopra scritto: ACQUA NON POTABILE.
Se ci penso mi viene ancora da ridere.
Dopo due giorni li adoravamo e li chiamavamo per nome. Subito ci siamo chiesti se la scritta gialla che portavano sui  giubbini indicasse i loro cognomi, ma poi ci sembrò strano che tutti e due si chiamassero LA SPEZIA. Non si assomigliavano neanche un po’.

In quei giorni di priorità sconosciute, i nostri paesi cambiarono volto.
Una delle zone mutilate dalle acque si trova proprio di fronte a me e Garitola.
Ora noi stiamo ammirando un sito bonificato dalla Regione, ma prima dell’alluvione non era così dolce e ordinato. Anzi non aveva proprio nulla del giardino zen che ci ritroviamo davanti.
Prima era una piccola giungla attraversata da un allegro torrente, il Tesso, e il nostro torrente è ancora lì, ma molto più ampio e disciplinato di un tempo.
Durante l’alluvione il Tesso si gonfiò in modo impressionante e le sue acque impazzite presero a morsi le sponde  di  destra e di sinistra, scaraventando tutto addosso ai ponti.
Me li ricordo bene quei giorni… Per tutto il paese echeggiava un rumore assordante di tamburi picchiati a più non posso: era la corsa dei massi venuti giù dalle montagne che rotolavano lungo i letti dei nostri fiumi. Le acque fangose sovrastarono i ponti che circondano il nostro paese e solo allora capimmo la gravità del nostro isolamento.
Tragedie piccole e grandi sconvolsero la vita di tante famiglie. Nella nostra vennero a mancare gli antibiotici per mio padre ma per fortuna entrò in azione San Gennaro e tutto si risolse.


TESSO!

Marzo 2003.
Non siamo in paradiso, siamo solo finite in un posto che prima dell’alluvione era completamente diverso. Micia, a te sarebbe piaciuto molto di più com’era prima, anzi sarebbe stato il posto giusto per te: prati sconnessi e vegetazione selvaggia.
Una volta, per scendere al Tesso bisognava scavalcare ceppi, sassi, ortiche e quando finalmente arrivavi giù dovevi fare i conti con le zanzare.
Il torrente poi era largo la metà di adesso. Tortuoso, roccioso, pieno di cascatelle e laghetti. Proprio per questo era considerato un posto pericoloso e ci poteva venire solo gente sveglia. D’estate si riempiva di ragazzini scalmanati e fanciulle in fiore. I più tosti facevano il bagno e giocavano a chi resisteva di più nell’acqua fredda, gli altri prendevano il sole.

Quando io ero piccola, il Tesso era considerato un luogo vietato ai minori, infatti non avevo il permesso di venirci da sola.
Una domenica però accadde un miracolo. Mia madre mi ci portò, ma invece di mettermi i classici pantaloncini corti, mi fece indossare il vestito più bello che avevo, quello della domenica appunto, e le scarpine nuove!
Arrivammo al fiume e stranamente non c’era nessuno. Forse era bassa stagione o forse avevamo appena pranzato. Non ricordo, ma grazie al Cielo nessuno fu testimone della nostra goffaggine.
Mia madre mi stava continuamente col fiato sul collo e mi impediva di fare tutto:
“NON ANDARE LÌ, STAI LONTANA DALL’ACQUA, NON STARE AL SOLE, NON TI SEDERE, NON TOCCARE I SASSI, NON TI SPORCARE!”
Non so perché ma ad un certo punto caddi nell’acqua e mi bagnai fino alla cintola.
Se un essere umano viene legato come un salame è ovvio che appena si muove faccia danni!
Mia madre si infuriò talmente tanto che prima mi menò e poi mi insultò fino a casa.
Io piangevo, sgocciolavo e le scarpe mi facevano cic-ciac.

Dopo qualche anno tornai al Tesso per ben due volte! Avrò avuto dieci anni.
Stavolta a potarmi fu l’amica di mia mamma, una vicina di casa che a me sembrava la brutta copia di Crudelia Demon.
Questa signora ci “doveva” portare il figlio di sua sorella, ragazzino di Torino, il quale stava trascorrendo qualche giorno di vacanza da lei  (poverino) e dato che ce lo “doveva” portare  per fare bella figura con sua sorella, pensò bene di condurvi anche me. Chissà perché!  Bò, mal comune mezzo gaudio.
“NON ANDATE LÌ, NON TOCCATE LÀ, STATE LONTANI DALL’ACQUA, NON STATE AL SOLE, NON SUDATE!”
Tutte e due le volte ho passato il tempo a raccogliere i fiori della saponaria e a strofinarli fra le mani per far venire fuori un po’ di schiuma.  Il ragazzino di Torino ne era affascinato!
Il resto del mondo faceva il bagno, correva, saltava, giocava.
Ho ancora una foto che ritrae me e il mio compagno di sventura al ritorno da una di queste gite. Siamo tutti e due pallidi e avviliti. Io in una mano tengo il souvenir del Tesso: i fiori della saponaria.
Quelle due escursioni devono essere state traumatizzanti anche per il ragazzino di cui sopra poichè a distanza di dieci anni mi riconobbe su di un tram di Torino. Ero sul 10 che mi stava portando alla Stazione Dora e un ragazzo in giacca e cravatta mi si avvicinò pacatamente.
- Scusa, tu per caso abiti a Lanzo? –


GIORNI NOSTRI


Estate 2003.
E’ piovuto fino a metà giugno poi di colpo è scoppiato un caldo infernale.
Uscire di casa è un’impresa eroica perchè il sole è diventato radioattivo. Il caldo è insopportabile e l’umidità soffocante. Giorno dopo giorno si fa sempre più fatica a respirare.
L’unico luogo dove si riesce a sopravvivere è l’appartamento dei miei. In questo alveare di appartamenti che è il nostro condominio, ogni stanza ripara le altre dal caldo e anche l’umidità diventa tollerabile.
In casa mia è scoppiata la guerra del ventilatore. Mio padre lo vorrebbe sempre acceso e mia madre sempre spento perché dice che fa malissimo.
Alla fine il ventilatore l’ho requisito io e me lo sono portato nella mia stanza. Gente, io passo le giornate a lavorare sotto metri di stoffe pesanti che solo a guardarle ti senti svenire. Mai un cotone, mai un lino. Tutti broccati, damascati, velluti e vellutini… ma vaffanculo!
E Garitola? A Garitola per lo stress del caldo è venuta la rogna. Sì sì, proprio la rogna, e per fargliela passare devo bagnarla tutta con un disinfettante sciolto nell’acqua, per lei una vera tortura perché il disinfettante in questione è molto puzzolente.
Per fortuna ha scoperto che col pelo bagnato il caldo si sopporta meglio.
Il disinfettante di Garitola ha lo stesso identico odore della gommapiuma con cui spesso lavoro (quando è nuova profuma di naftalina-canfora-ammoniaca) così mia mamma non si è accorta che la gatta puzza di medicina. Mica le ho detto che ha la rogna! Pensa che la bagno per rinfrescarla. Invece mio padre sa tutto e ride sotto i baffi.
A volte penso che siamo davvero una famiglia.
Garitola passa metà giornata a casa e metà al Tesso.
Per quanto il posto sia bello e tranquillo, purtroppo  non ha ancora trovato degni rifugi ove ripararsi dai pericoli e dal CALDO!
Durante il giorno sta nella mia stanza, buttata sul pavimento, a volte bella inzuppata di verderame, come dice mio padre, e dopo cena la riporto al Tesso che dista un duecento metri da casa mia. Una passeggiatina, due carezze, tre croccantini e poi ci separiamo. Finalmente! Io ce l’ho tra i piedi tutti i pomeriggi, lei non mi perdona il verderame.



AUTUNNO

L’estate 2003 è finalmente finita.
Siamo tutti distrutti dal caldo che ci ha bollito il cervello per tre lunghi mesi. Un incubo.
Con gran sollievo di tutti, Garitola passa sempre più tempo al Tesso proprio perché il sole non è più radioattivo, così in casa non dobbiamo più litigare perché salta sul tavolo mentre mangiamo e perché lascia peli dappertutto.
La vita lentamente riprende.
Venerdì sera io e le mie amiche siamo andate a ballare in una discoteca dove non eravamo mai state. Così, per conoscere gente nuova.
Mentre ero in pista che ballavo, qualcuno dietro di me mi ha dato dei colpetti su una spalla. Mi sono girata, era Vanni, il mio ex fidanzato.
Ci siamo abbracciati forte forte, eravamo troppo contenti di rivederci. Non la finivamo più di stringerci e baciarci (sulle guance), come due superstiti dopo un disastro nucleare!
Poi abbiamo cominciato a farci qualche reciproca domanda urlandoci le frasi nelle orecchie.
- COME STAI! –
- TUTTO BENE E TU COME TE LA PASSI CASANOVA? –
- NON MI LAMENTO! –
- HAI MESSO LA TESTA A POSTO? –
- NOOO! HO FATTO IL PROVINO PER IL GRANDE FRATELLO! –
- SEI IL TIPO GIUSTO! VEDRAI CHE TI PRENDONO! –
Se Vanni mi avesse detto una cosa del genere all’epoca del nostro fidanzamento, sicuramente mi sarei messa le mani nei capelli e mi sarei vergognata di lui, ma ora che nessun dovere più ci lega, mi sento tanto fiera di non essere più la sua fidanzata, dovesse anche diventare una star della TV.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando ci siamo lasciati tre anni fa!
- E TU COSA COMBINI! TI SEI FIDANZATA? –
- NOOO! HO TROPPI CORTEGGIATORI! SE NE SCELGO UNO GLI ALTRI SI ARRABBIANO! E TU! COSA COMBINI TU! –
- CONVIVO! –
- CONVIVI?  VEDI DI FARE IL BRAVO STAVOLTA! –
- TI POSSO TELEFONARE? –
Domanda traditrice e a tradimento. Cosa rispondere al traditore?
Mi fingo scandalizzata e alzo gli occhi al cielo (oddio quest’uomo non cambierà mai!), in realtà gli vorrei pestare un piede e vederlo saltellare come un canguro in mezzo alla pista. E già perché mi è venuto in mente che quando abitavo al Pich qualcuno si divertiva a farmi telefonate mute e secondo me quel cretino era proprio Vanni.
Ti posso telefonare? Cosa me lo chiedi a fare si per due anni mi hai rotto le scatole con le tue stupide telefonate! Mi cadono le braccia, ma anche questa è acqua passata.
- SENTI UN PO’… ERI TU CHE MI FACEVI LE TELEFONATE MUTE? –
- COSA? –
- ERI TU CHE MI FACEVI TELEFONATE MUTE! –
- SI’! ERO IO SCUSA! –
- PERCHE’ NON PARLAVI? –
- TE LO DICO POI! ADESSO TI PRESENTO LA MIA RAGAZZA! –
Io e Vanni veniamo raggiunti da una ragazza che a fatica si conquista un palmo di spazio vicino a noi. Mezza traballante sui tacchi a spillo, si appoggia a Vanni buttandogli le braccia al collo come una che sta per svenire per la fatica di aver traversato la pista superaffollata. Forza e coraggio che la vita è un passaggio.
Mi scanso e Vanni ci presenta, ma la mano a quella lì non gliela stringo perché ha la faccia di una che non si lava le mani dopo che è stata al cesso.

Ho trascorso il resto della serata con le mie amiche, le amiche di sempre ed insieme abbiamo commentato il mio incontro con Vanni: “ Hai caricato eh stasera! Vedi di non farti più infinocchiare da quello! Guai a te se ci ricaschi! E meno male che eravamo venute  qua per conoscere gente nuova! Però è sempre carino quel coglione! Magari se lo pigliassero al Grande Fratello!”
Ma le critiche più spietate sono andate alla sua fidanzata, giovane, carina e alla moda… Forse un po’ troppo caliente. Le poche volte che ho buttato l’occhio su lei e Vanni li ho sempre visti avvinghiati però il vero polipo era lei… Alla faccia della ragazzina!
Ad un certo punto ho provato una sensazione di nausea mista a disgusto e mi sono chiesta: “Ma è quello lì il modello di donna vincente? La cattiva ragazza che va dappertutto? E’ con quelle come lei che Vanni mi ha messo un sacco di corna?”
Il pensiero poi è volato in Australia ed in particolare a Sandra, la fidanzata di Franco, quella che ha lottato per averlo e ha fatto di tutto per farlo innamorare. Chissà se anche lei si sta dando da fare in questo momento. Quella non solo era un polipo ma pure una cozza. Cozza, medusa, piovra. Forse dovrei essere come lei, come loro… Come le altre.
Ma dove sono finiti gli uomini che conquistano le donne? E soprattutto che fine ha fatto Franco, perché è sparito nel nulla?
Vado al bar a prendermi qualcosa da bere, qualunque cosa basta che ci sia dentro della  vodka o del gin. A me i miscugli fanno abbastanza schifo ma mi vergogno ad ordinare un bicchiere di sola vodka o altro superalcolico, non voglio passare per una ciuccattona. Sono nuova di questo posto e non voglio rovinarmi subito la reputazione (si sa che in una discoteca le prime persone da conquistare sono i barman). Stasera però mi tocca bere per non scoppiare a piangere. Mi manca Franco da morire.
E’ passato più di un anno da quando è partito ma il mio amore per lui è rimasto fortissimo. Se non mi ha cercato dopo l’incendio vuol dire che è tornato nei suoi ranghi, al suo lavoro e alla sua fidanzata. Non ha voluto illudermi.
Poche storie, lo chalet è andato distrutto perché uno dei due si è arreso. Un’altra volta!
Non ho mai fatto la vittima, ma stasera mi sento vittima di tutto e tutti. Vedere Vanni e la sua fidanzata che se la spassano un mondo, mi ha fatto venire in mente che sono sola come un cane e Franco è solo un maledetto fantasma.
Torno a casa alle tre del mattino.
Mentre guidavo mi veniva da vomitare un po’ per la nausea esistenziale che mi è presa quando ho visto Romeo e Giulietta pomiciare senza ritegno, e un po’ perché non sono abituata a bere. Sola e alcolizzata, ecco la fine che farò.
Metto l’auto in garage e mentre sto chiudendo, una specie di grosso topo si intrufola nel box. Oddio che è?
- MEU! –
- Micia, amore mio! –
Garitola ha imparato a tornare a casa!  Lei è troppo contenta di avermi fatto una sorpresa e di aver dimostrato la sua temerarietà.
- MEU MEU MEU! – (Visto come sono brava? Hai visto? Hai visto?)
- Ehi, parla piano che svegli tutti! –
Resto mezz’oretta in garage con lei. Me la stringo, me la bacio e mi faccio leccare tutta la faccia (come al solito).
- Micia, cosa farei senza di te! –
Patatina, amore mio! Ti ricordi quella volta, quando abitavamo allo chalet, che io avevo lavorato come una schiava tutto il giorno per finire un costume ed ero andata a dormire verso le quattro del mattino? Avevo un mal di testa allucinante e non sapevo neanche più come mi chiamavo!  Un attimo prima di svenire,  tu sei venuta a coricarti sul mio cuscino, intorno alla mia testa e il dolore è immediatamente sparito. Non l’avevi mai fatto.   Grazie per quella notte e anche per il soccorso di adesso.
Garitola è sempre stata una gatta speciale. Forse le ho dato un nome stupido per sminuire le sue virtù e tenerla al livello di tutti gli altri gatti, ma non è un felino comune.  Secondo me lei lo sa di avere un nome poco elegante, ma da buona gatta materna mi ha perdonato già da tempo (oltretutto ho anche scoperto di averle affibbiato un nome maschile perché Garitola significa Gallinaccio).  
Me la stringo al cuore e subito ritrovo la parte di me che avevo smarrito in quella cavolo di discoteca. Con lei vicino mi viene solo da pensare ai momenti belli che passiamo insieme, alle nostre passeggiate, alle sue stranezze… E come per incanto mi accorgo di non avere più la nausea. Completamente sparita!
In verità, tutte le volte che sono triste e  rivolgo il pensiero a Garitola, dopo poco mi sento meglio. Qualunque sia il motivo per il quale sono a terra, penso che lei  c’è e mi sta aspettando da qualche parte così mi sento una persona migliore. Passa la vita ad aspettarmi, per questo trovo fantastica la sorpresa di poco fa.
Prima di andare lascio la porta basculante del garage un po’ sollevata da terra con un mattone sotto che ne impedisca la chiusura; in questo modo Garitola potrà gironzolare un po’ nel garage senza sentirsi imprigionata e se vorrà potrà tornerà al Tesso con prime luci dell’alba.
“Ti posso telefonare?” Ma allora Vanni fa le corna proprio a tutte!



Nella giornata di sabato, Vanni ed io ci siamo scritti una discreta quantità di messaggini ed abbiamo stabilito di rivederci domenica pomeriggio. Purchè si facesse ha lasciato decidere tutto a me, luogo, orario, destinazione e durata dell’incontro.
Micia, dopo ti faccio conoscere uno che mi ha messo un sacco di corna e  probabilmente crede di potermi riconquistare, povero illuso. Perché non ha conosciuto Franco, ma noi sì vero? La differenza fra i due? Vanni per sempre ragazzino, Franco sempre stato uomo.
Io e Garitola ci troviamo sull’argine del Tesso e passeggiamo lungo la romantica stradicciola che sormonta il fiume.
Ogni tanto mi siedo sui massi che adornano i ruscelli del parco e Garitola ne approfitta per venirmi in braccio.
Le tre passate da un pezzo e Vanni non arriva. Mai fidarsi di uno che fa gli scherzi telefonici. Male che vada avrò passato del tempo con la mia migliore amica, in un bel posto, in una bella giornata di settembre.
Bò, forse non mi trova, oppure la fidanzata gli ha spaccato le gambe.
In lontananza vedo solo una persona con un cane. Micia stai in guardia.
Metto lentamente a fuoco le due figure e scopro che la persona col cane è Vanni!
- Ma è tuo il cane? –
- E già che è mio! –
- Cavolo che bella sorpresa… e come si chiama? –
- E’ una femmina, l’ho chiamata Frida. E’ con lei che convivo! –
Nel frattempo Garitola si è dileguata e l’ha fatto così velocemente che non so in quale direzione sia fuggita.
Se Vanni voleva stupirmi direi che c’è proprio riuscito. Tutto mi sarei aspettata ma non che arrivasse con un cane. Vanni lo libera e questo, cioè questa, comincia a girarci intorno scodinzolando.
Cane e padrone si scambiano sguardi di infinito amore e io quasi non ci credo di vedere quello stronzo del mio ex così sereno, devoto, amorevole.
Vanni, guinzaglio fra le mani, mi racconta di averla trovata in Sardegna dentro cassonetto dell’immondizia, appena fuori dal complesso turistico dove lavorava come animatore. Si parla di tre estati fa. Subito dopo la nostra rottura.
- Non ti dico in che stato era! –
Questa è la classica frase che mi fa drizzare i capelli. Quando mi parlano di un animale maltrattato e mi si dice: “sapessi com’era ridotto”, a me vengono in mente le cose più terribili del mondo, torture spaventose, atti di crudeltà inaudita. Preferisco sapere chiaramente cosa sia accaduto al povero animale, così sto male solo per quella tortura lì e non per tutte le altre nove che mi vengono in mente.
- Ti prego dimmi in che stato era! –
- Ok, va bene, te lo dico… Era tutta avvolta nel filo spinato, più si divincolava e più si feriva. Con alcuni colleghi abbiamo sollevato il cassonetto e lo abbiamo portato dentro il villaggio. Ce le aveva le ruote il cassonetto, ma se lo spingevamo il cane avrebbe preso troppi scossoni.  Poi abbiamo tagliato il filo pezzettino alla volta…  -
Ok, direi che può bastare. E’ più forte di me, mi viene da piangere.
Mi chino su Frida, cane di taglia media col pelo color crème caramel e le faccio una carezza sulla testa. Ha le orecchie morbidissime.
Anche Vanni si accuccia, e nel chinarsi la lunga frangia gli cade sugli occhi.  Si è lasciato crescere i capelli, sta proprio bene.
Sposta il ciuffo assassino e poi mi mostra alcune cicatrici sul corpo del cane. Per l’ennesima volta mi vergogno di appartenere alla razza umana.
- MEUUU! – (Posso uscire allo scoperto?)
- Ti presento la mia gatta, si chiama Garitola! –
- Tu hai un gatto? Questa poi è bella! –
Garitola ci sta guardando da dietro la rete della discarica. Anche lei vorrebbe un po’ di coccole, ma certo non può farsi avanti con quel cane fra i piedi!
- Frida ha paura dei gatti, anzi è meglio che le metta il guinzaglio prima che scappi. –
Addirittura? Che animale  sensibile. Quadretto commovente, ma la spontanea simpatia che ho per quel cane mi induce a bacchettare il padrone:
- Senti un po’, non è che se ti prendono al Grande Fratello tu questo cane lo abbandoni, vero? –
- Ma scherzi! Per chi mi hai preso? La ragazza posso anche lasciarla, ma Frida me la porto dietro! –


Io e Vanni dagli occhi color oro abbiamo parlato di tante cose evitando di giudicare persone, luoghi ed episodi del passato. Quel che è stato è stato.
Secondo me ci siamo rivisti principalmente per un motivo: capire se eravamo cambiati in meglio. Una prova del nove incrociata.
E’ stato bellissimo passeggiare in quattro lungo l’argine del Tesso mentre il sole allungava le nostre ombre. Io e Vanni camminavamo al centro e i nostri figlioli nelle fasce laterali, molto impegnati nell’arte di ignorarsi.
Nessun mea culpa, nessun rimpianto, solo una confessione da parte di Vanni:
- L’altra sera in disco ti ho detto una bugia, scusa ma volevo solo giocare un po’ con te… Lo so che odi le bugie, forse l’ho fatto per stuzzicarti… -
- Ho capito… la tipa che stava con te non è la tua ragazza… –
- No no, si tratta di un’altra cosa… Anna, io non ti ho mai fatto telefonate anonime! –


INVERNO

Garitola va matta per il garage. Freddo non fa e neanche caldo. C’è un bel mucchio di roba vecchia da esplorare e scalare, per poi arrivare in punta allo scaffale e da lì zompare sulla macchina di turno, o la mia o quella di mio padre. Oramai sono entrambe piene di simpatici graffietti sul cofano e sul tetto. Meno male che abbiamo delle auto vecchiotte. Felicità è… non possedere l’auto nuova!
Io lascio perennemente il garage un po’ aperto col trucco del mattone sotto così Garitola può farsi dei giretti in cortile e di notte esplorare il circondario.
Nonostante ciò quasi tutti i giorni esige fare una passeggiatina al Tesso insieme a me e a volte resta là. Torna in garage di notte, fiera della sua autonomia.
- Povero gatto, chissà di chi è… -
- E’ mio, stiamo facendo un giro… -
Ha cominciato a nevicare da poco e prima che si depositi  troppa neve a terra, io e Garitola vogliamo fare un giretto e goderci la cascata di fiocchi sotto il mio enorme ombrello.
La donna che mi sta parlando sembra una moderna Fata Turchina: un basco di lana blu, due occhioni blu, la sciarpa blu e un’aureola di ombrello bianco.
Lei sta portando a spasso un cane biondo molto mite che ciondola a testa bassa.
- E’ vecchio, sta diventando cieco… -
Ma Garitola non lo sa e preferisce andare a nascondersi sotto un pino.
Che coraggio, due donne solitarie a spasso per il Tesso mentre cade la prima neve. E viene giù fitta fitta. In poco tempo intorno a noi è diventato tutto bianco.
- Come si respira bene quando l’aria è pulita… non trova?- Mi chiede la fatina della neve socchiudendo gli occhi. - Io sento proprio la mia aura che si depura… -
Sì, in effetti capita anche a me.
- Vede, io sono una persona “nervosetta” e ho tanto bisogno di stare in mezzo alla natura per rilassarmi… -
Questa angelica figura di donna, tutto potrebbe sembrare tranne che “nervosetta”. Però ribadisce spesso che si deve “rilassare” e mentre lo dice alza gli occhi al cielo e ammorbidisce la voce.
Con quel basco blu calato intorno agli occhi celesti mi sembra una statuina di zucchero posata su una torta di panna.  
Me la porterei a casa e la appenderei sull’albero di Natale.



PRIMAVERA

Si aggira silenzioso un uomo che quando “crede” di non essere visto parla un po’ da solo.
Un giorno si ferma a conversare con me, chiedendomi come mai porto a spasso il gatto, e così scopro che è un signore molto cordiale e… chiacchierone!
In pochi minuti mi racconta le delusioni della suo passato ma soprattutto mi racconta di aver rischiato la vita in un bruttissimo incidente automobilistico. Anni e anni fa.
- Mi hanno messo un ferro nel braccio da qui a qua… Guardi la cicatrice! E anche in testa ho una cicatrice, guardi guardi… Ero tutto rotto! –
Si sfila il cappello e mi mostra la pelata solcata da una grossa cicatrice. Cavolo che botta si deve essere preso!
- Ma io sto meglio di prima! Cammino sempre, vado anche a Torino a piedi! –
E mentre lo dice, “pedala” con le braccia, per farmi capire che gli piace sgambettare al pari di un maratoneta.
- Sono forte io, guardi il mio braccio come lo muovo bene… E c’è il ferro dentro! –
Poi passa a farmi vedere che gli mancano i denti davanti, orgoglioso di essere ancora vivo e vegeto dopo l’ incidente stradale di cui sopra. Io gli faccio i complimenti per la sua forza e mentre lui ricapitola i danni che ha subito, mi viene da pensare che questo tizio di nome Mario mi ricorda tanto qualcuno. Mette e toglie il cappellino da marinaio per farmi nuovamente vedere la cicatrice sulla testa e poi alza la manica destra per esibire quella sul braccio. E i denti no? Certo anche quelli me li mostra un’altra volta.
Sorride, così il mento gli diventa un puntaspilli cosparso di aguzzi peli bianchi.
Il signor Mario gesticola e racconta di non avere avuto una vita molto felice. Si passa la sigaretta da una mano all’altra e a volte la posa sulle labbra però non la fuma perché la tiene spenta. Forse pensa che il fumo mi dia fastidi e non l’accende. Forse un gentiluomo.
Dimenticvo… prima dell’incidente lavorava alla cava di amianto, ma per fortuna ci è stato poco.
- Tre anni ho lavorato alla Miantifera! Poi ho avuto l’incidente e sono finito in coma… Meno male! Altrimenti sarei morto  se continuavo a respirare l’amianto! -
Ma dove ho già visto questo signore?



ESTATE

Il Tesso non è più deserto come un tempo ed io sono costretta a venire da Garitola nell’ora più calda del giorno così almeno in giro non c’è nessuno.
Io e Garitola ci siamo sistemate sotto una pinta e godiamo della sua ombra (nonché della nostra reciproca compagnia).
Una scatoletta di carne, due croccantini e acqua bella fresca portata da casa. I ruscelli del parco sono a secco da un po’.
Che pace, che paradiso questo posto. Giù nel Tesso c’è un pescatore pazzo che si ostina ad aspettare i pesci sotto il solleone. Quelli se li pappano gli aironi cento metri prima di lui.
Nel mentre che io e Garitola ci stiamo abbioccando, notiamo un ciclista che si avvicina velocemente a bordo del suo mezzo silenzioso. Anzi no, fa un zzz che concilia la pennichella.
Occhialini a specchio ed espressione vitrea, il ciclista è tutto vestito di giallo e rosso. Sembra uno spaventapasseri che va in bici.
Quando ci passa davanti accade qualcosa di insolito. Un cane, saltato su dall’argine, gli taglia la strada improvvisamente e il ciclista è costretto a frenare più velocemente che può per non travolgerlo.
In un attimo l’uomo ruzzola per terra con tutta la bici e il cane fugge via spaventato.
Io che mi sono vista tutta la scena, scoppio a ridere come una pazza e penso che al ciclista gli stia quasi bene di essere caduto perché andava troppo forte.
Lui si tira su e mi viene vicino dolorante.
- Che ti ridi cretina! Mi stavo quasi ammazzando per colpa del tuo cane di merda! –
- Non era mio quel cane! Io non ho cani, ho solo un gatto! –
E mi volto verso Garitola che però non c’è più.
Allora il ciclista mi rivolge ancora un paio di parolacce pensando che lo stia prendendo in giro e io vorrei tanto mandarlo a quel paese.
Però non dimentico che un giorno un ciclista mi salvò la vita, così restituisco il favore alla categoria e presto soccorso a questo spaventapasseri sinistrato.
Metto a sua disposizione tutto ciò che ho: acqua per lavarsi le ferite, telefonino, auto, garage per la sua bici sbilenca, casa mia! Ma lui accetta solo l’acqua, poi dice che telefonerà al figlio per farsi venire a prendere.
- Almeno vada in un bar a chiedere del ghiaccio! E lasci perdere quel cane… qui ne girano tanti, vero micia? –
Non è vero, han tutti il padrone infatti quello là era il cane del pescatore.



LE MEZZE STAGIONI


Piove piove acqua di limone, si accende la candela e si dice Vaffanculo!
Ma tu guarda come mi sono ridotta per stare dietro a questa gatta!  Meno male che non c’è nessuno altrimenti se qualcuno mi vedesse qui, dietro il cimitero, baciata dalla pioggia battente, immobile sotto un ombrello con Garitola che mangia ai miei piedi, dicevo se qualcuno mi vedesse potrebbe scambiarmi per una statua o per una malata di mente. Più probabile la seconda. Cosa mi tocca fare alle soglie dei quaranta. Ombrello da uomo extra large, stivali da pescatore, giacca a vento per taglie forti e doppio sacchetto di nylon con le provviste per Garitola. Eppure un tempo sono stata donna e  femmina.
Dopo tanti esperimenti ho scoperto che i contenitori ideali per servire il cibo alla mia gatta sono, udite udite, i sottovasi! Soprattutto per metterci l’acqua. Nelle ciotole che usavo prima, d’estate ci trovavo sempre insetti e lucertole annegati, invece nei sottovasi non succede perché hanno il bordo basso ed inclinato che funge da scaletta per i  malcapitati. Meglio se il suddetto bordo ha qualche cerchiatura. E poi sono verdi o marroni, quindi si mimetizzano bene nel boschetto del cimitero…
Bisognerebbe divulgare questa sensazionale scoperta. Basta con scodellini e piatti di plastica! Inquinano, costano e non si intonano con la natura. Riutilizziamo i vecchi, ruvidi, indistruttibili sottovasi abbandonati qua è là in casa.
Mentre mi compiaccio della mia scoperta scientifica, mi passa davanti una donna che cammina a testa bassa sotto un bianco ombrellino.
Non mi ha visto, è troppo assorta nei suoi pensieri. Invece io ho riconosciuto sia lei che l’ombrellino e mi verrebbe voglia di dirle: “Ehi buongiorno, si ricorda di me? Ci siamo incontrate al Tesso prima di Natale, mentre nevicava! Massì, quel giorno che c’eravamo solo noi, lei col cane  e io col gatto!”
Vorrei proprio salutarla come si deve, mi ricordo che era simpatica e solare nonostante si definisse una nevrastenica allo stato puro. Mi piacerebbe farmi notare magari con un colpetto di tosse, però ho visto che sta piangendo e non vorrei causarle imbarazzo nonché spavento. Non si è proprio accorta di me, deve avermi scambiato per un albero. Al diavolo i vorrei!
- Scusi! Ha perso il cane? –
Dopo un quarto d’ora, io e Claudia, questo il nome della mia nuova amica, ci raccontiamo le nostre vite intorno al tavolino di un bar. Lei è reduce da una brutta litigata con il suo convivente, io mi sono beccata una discreta dose di umidità, quindi vada per due belle cioccolate bollenti fuori stagione!
Claudia comincia a spiegare come mai le cose col suo uomo non vadano bene, ma più parla e più la sua storia si espande come quando si butta un sasso in uno stagno e si formano tanti cerchi concentrici.  Racconta l’inizio, cerchio guizzante, che presto si è consumato nel secondo il quale ha generato il terzo e così via. E’ inevitabile che dopo il pluff di un sassolino lanciato, la vita di una coppia venga risucchiata dai cerchi successivi: la suocera impicciona, le figlie di lui che sono gelose di lei, il lavoro che c’è e non c’è…
- La colpa è mia che sono troppo nerrvosa! Se fossi meno nerrvosa le cose andrebbero meglio ma sono gli altri che mi fanno saltare i nerrvi! –
Dice Claudia riferendosi alla sua famiglia allargata.
Anche se il tono è più ironico che drammatico, ogni volta che si dichiara “nerrvosa” sembra che una scarica elettrica le entri dal sedere e le esca dai denti. Guizza sulla sedia e sgrana gli occhi fingendosi pazza, tanto che alla fine ride di se stessa. Quando il nervoso le è del tutto passato mi chiede un parere sui suoi casini.
- Per carità, io non so nulla della vita di coppia! Sì mi è capitato di convivere ma tanto lui non c’era mai! Ci siamo lasciati dopo appena un anno, figurati un po’ se posso darti un parere sulla tua storia che dura da dieci! –
Giustifico io ricordando la mia breve convivenza col Vanni.
- Ma non sei fidanzata adesso? Non hai un ragazzo? –
Domanda Claudia scusandosi poi per l’invadenza.
- Ho avuto un uomo per pochi giorni… poi è volato via. –
- Ah, è mancato… mi dispiace… –
- Nooo, non è morto! Ha preso l’aereo ed è volato via… in Australia! –
Nel bar stanno tutti guardando noi che ridiamo come pazze.
Claudia, pancia in mano, chiede scusa ma pretende di sapere TUTTO!
- Io mi sono sfogata con te, adesso è giusto che lo fai tu. Avanti, racconta! Altrimenti ricomincio io! –
Chissà cosa si aspetta, forse squallida tresca con uomo sposato, e chissà come si annoierà nel sentire la patetica storia di due fessacchiotti che non sono neanche stati capaci di scambiarsi i numeri di telefono.  
Invece anche questa volta Claudia riesce a sorprendermi. Finalmente una donna che si emoziona come un’adolescente, che mentre parlo mi legge nel pensiero e riesce a trovare quella parola che a volte mi sfugge. Finalmente qualcuno che mi lascia finire le frasi, ritrova il filo del discorso se io lo perdo e fa il commento giusto al momento giusto purchè rapido e indolore tanto che io non potrei fare di meglio. Ci capiamo.
Solo dopo il mio lungo racconto, Claudia osa intervenire più incisivamente.
- Ma tu e questo Franco non avevate mai aperto una trattativa per trovare una soluzione concreta? Possibile che lui sia tornato in Australia senza averti proposto delle alternative… o viceversa tu a lui? –
Giusta osservazione, mi sarei stupita se non l’avesse tirata fuori anche se presuppone una certa dose di indecisione sia da parte mia che di Franco.
- Accidenti se ne avevamo discusso, addirittura per un’ora! E per noi le ore erano preziose! –
La proposta di Franco fu quella di “traslocare” i miei genitori vicino ai suoi, su a Corio, o addirittura nella stessa casa visto che i genitori di Franco vivono in una villa enorme. In questo modo mi sarei potuta trasferire a Melbourne con la certezza di aver lasciato i miei genitori in buone mani. Ma io questa soluzione non la ritenni valida perché sradicare mio padre e mia madre dal loro condominio sarebbe stato un atto di vera crudeltà. E poi non avrebbero mai accettato di farlo.
Invece a me venne l’idea di vivere un po’ di mesi in Australia e un po’ in Italia. Ovviamente solo io avrei fatto la pendolare. Periodicamente sarei andata a Melbourn e lì mi sarei fermata per tre-quattro mesi, poi sarei tornata dai miei qui a Lanzo. Meglio di niente no?
Ma subito Franco mi fece notare che anche se a spostarmi sarei stata solo io, “avremmo” speso un patrimonio per volare e non era il caso. Il mio lavoro di costumista ne avrebbe risentito e non avrei potuto coltivarlo a Melbourne, dove invece le figure come la mia sono molto apprezzate. Ma cosa ancor più grave, se io avessi fatto la pendolare non avremmo potuto metter su famiglia e Franco una famiglia la voleva a tutti i costi.
- Era molto sicuro di ciò che voleva, o tutto o niente. –
Claudia chiede ragguagli sul mio lavoro e io le racconto un paio di aneddoti sartoriali, ottimi per scacciare la malinconia. Meno male che ho un bel lavoro. Ciò detto riappendo al muro il quadro incompiuto della mia vita e mi congratulo con Claudia per come abbia saputo ascoltarmi. Poi le chiedo un parere come aveva fatto lei con me.
- Secondo me il silenzio di Franco non ti deve allarmare. Il fatto che non si faccia vivo da mesi non significa che ti abbia dimenticata. Si è preso una pausa di riflessione… -
- Tu dici? –
- Ti faccio una proposta! – Irrompe lei sbattendo i palmi delle mani sul tavolino.
- Vieni a casa mia e ti faccio un giro di carte! –
- Dai! Tu sai leggere i Tarocchi? Fighissimo! –
Mamma mia che voglia avrei di farmi leggere le carte! Cosa darei per conoscere un po’ del mio futuro e scoprire cosa stia combinando Franco! Dio che tentazione! Ma porca miseria ti devo dire di no, mia cara Claudia. Grazie della proposta ma sono fermamente convinta che farsi leggere il futuro porti molta sfortuna e io non posso rischiare che la mia storia con Franco vada definitivamente a rotoli solo perché ho interrogato i Tarocchi. Mi spiego: se io chiedessi alle carte una informazione, loro mi darebbero una risposta bella, brutta o così-così. Una cosa però è certa: per il solo fatto di aver chiesto informazioni sul futuro io perderei la protezione del mio Angelo e quella determinata situazione di mio interesse prenderebbe una brutta piega. Eh sì, prima o poi andrebbe tutto a rotoli anche se il Cosmo aveva predisposto ottimi sviluppi!  E’ la punizione per coloro che passano il limite. Oltretutto io so di sapere e questo mi obbliga maggiormente a non uscire dai ranghi. “Guardate a questo giorno!” disse il più grande dei Profeti.
Ok, rinuncio volentieri a conoscere il mio futuro, però almeno uno sfizio me lo vorrei togliere!
Si dà il caso che da quando ho rivisto Vanni, le famose telefonate mute sono ricominciate e mi piacerebbe capire chi mi vuole spaventare, controllare, infastidire. A chi sto sull’anima Santo Cielo?
Non posso sapere nulla sul mio futuro però posso chiedere ai Tarocchi chi sia la persona che mi fa quelle telefonate del cavolo! Non rischio nulla nel chiedere questa informazione, non è una situazione che preveda esiti e sviluppi, anzi è materia del presente! Guardate a questo giorno… Perfetto, io ne ricevo almeno una al giorno!




XXX

- Buongiorno buongiorno, come va come va? –
- Bene bene, e lei? –
- Ah, io cammino sempre! Il dottore ha detto: Mario cammina così butti giù la pancia! –
E anche questa volta si mette a pedalare con le braccia.
Detto fra noi, Mario “Braccio di Ferro” è secco come un bastoncino di liquirizia e sarebbe per lui impossibile ingrassare, tantomeno stare fermo. Gira dappertutto perché dentro di sé c’è qualcosa che lo tormenta. E’ un’anima in pena che scoppia di salute, altro che dottore!
- Ho portato da mangiare alla sua micina, tutta roba buona eh! Ce l’avevo nel frigo ma non è scaduta… E’ tutta “roba mangiativa”, stia tranquilla! –
Mario mi indica il luogo dove ha lasciato il cibo per Garitola e poi scappa via gongolante.
Io e la mia gatta raggiungiamo il suddetto posto e sopra un foglio di giornale troviamo questa benedetta “roba mangiativa”:
gusci d’uovo, bucce di patata e di cipolle, una gamba di sedano e una carota lessa.
Forse Mario non ha capito la differenza fra un gatto e una gallina.


XXX

Tu puoi alzarti molto presto al mattino, ma c’è qualcuno che si è alzato prima di te.
I “Testimoni di Genova”, come li chiama mio papà.
Ieri ho trovato Garitola in compagnia di un gatto grigio mezzo moribondo, magrissimo e zoppicante.
Gli ho subito dato dei croccantini, ma non aveva le forze per mangiare. Voleva solo delle carezze. Dopo le carezze mi ha guardato con immensa gratitudine e finalmente si è deciso a mangiare.
Oggi sono venuta al Tesso di buon’ora per vedere se quel povero animale sia ancora vivo e se posso fare qualcosa per lui.
Per fortuna c’è ancora. Segue Garitola passo passo come fosse suo figlio eppure non è un gatto piccolo, anzi è molto più alto e slanciato di lei. Impossibile definirne l’età, è troppo magro e trasandato.
I Testimoni di Genova passano davanti a noi e attaccano bottone con la scusa che “toh, ci sono due gatti, chissà di chi saranno, poveri animali non sono abbastanza tutelati, ma sono anche loro creature del Signore e meritano rispetto, anzi a volte sono migliori di certi esseri umani…”
Ad un tratto, la signora di Genova dice che lei aveva un gatto proprio come quello lì magro e grigio, ma è sparito da qualche settimana.
- Avevo troppi gatti nel cortile, così ho smesso di dare da mangiare a tutti per farli andare via! –
Per saperne di più mi dimostro molto favorevole alla sue iniziative e le faccio pure i complimenti: “Ha fatto bene signora mia, ci devo provare anch’io!”
Va a finire che la gentilissima Testimone di Genova si sbottona del tutto e confessa che quel gatto lì è proprio uno dei suoi. E ruffianamente si china su di lui per fargli una carezza, ma lui si allontana con la massima indifferenza, trascinando una delle zampe posteriori.
- Eh sì, è proprio uno dei miei gatti perché zoppica! –
Ho raccolto più informazioni possibili sulla situazione della “signora” e suoi poveri animali. Dopodichè ho contattato i volontari di una associazione animalista chiamata LIDA e ho segnalato ciò che avevo saputo. Una domenica mattina i volontari si sono recati presso l’abitazione della donna e hanno portato via dei gattini. L’indegna padrona ha protestato, ne voleva tenere uno che le piaceva tanto. Forse lo voleva essiccare e appende allo specchietto retrovisore dell’auto o magari farne un ciondolo per portachiavi.


XXX

Ora ho due gatti. Sto diventando una vera e propria gattara.
Il gatto nuovo è diventato l’ombra di Garitola, nel senso che la segue dappertutto e lei non ne è affatto contenta. Prima aveva tutte le mie attenzioni per sé, ora le deve spartire con questo intruso.
I gatti attendono il mio arrivo giornaliero sempre nello stesso posto e cioè all’ingresso del boschetto: Lavori eseguiti dalla regione Piemonte.
Mentre Garitola mi viene incontro con la coda dritta (Ciao cara cosa si mangia oggi?), il gatto nuovo mi si avvicina traballante con la faccia da estrema unzione (Mi vuoi bene anche oggi?). Se non gli faccio almeno due carezze, lui non comincia a mangiare.
Dopo il pasto, Garitola pretende di fare la passeggiata, così ci avviamo verso il Tesso, luogo dalle mille meraviglie, la sua Gardaland.
Il micio grigio vuol essere dei nostri a tutti i costi anche se ha una zampa malandata e una fottuta paura di tutti gli esseri umani che incontriamo (pochissimi dal momento che mi reco dai gatti nella pausa pranzo), e Garitola mal sopporta la zavorra.
Appena arriviamo al Tesso, io faccio sempre lo stesso giochino, cioè mi diverto ad individuare l’airone cinerino che tutti giorni a quest’ora pesca nel torrente e non è cosa facile scovarlo, perché quella bellissima creatura è dello stesso identico colore delle pietre del fiume. Il più delle volte è proprio lui che si fa beccare perché vola via infastidito dal nostro arrivo sull’argine.
Peccato, resterei ore a vederlo pescare!



XXX

Passano le settimane passano.
Garitola ha finalmente capito che il gatto grigio resterà per sempre con noi e ha deciso di diventare sua amica. Ogni tanto gli dà una leccatina sulla testa, ma detesta essere leccata da lui perché questo povero gatto soffre di alitosi.
Quando l’alito pesante supera la soglia della mia umana sopportazione, lo porto dal veterinario che gli leva un canino e due testicoli. Contenta micia?
Finchè un bel  giorno mi accorgo che mi sto trascurando.
Per stare dietro ai gatti ho appeso al chiodo le mie gonne frou-frou e le mie belle scarpette firmate. Quell’oretta che passo al Tesso sta condizionando sempre più i miei usi e costumi nonché le mie relazioni sociali. Spesso mi devo vestire male ed alcune persone mi passano davanti  disgustate quasi avessi la peste (le gattare vengono un po’ discriminate perché considerate matte).
Ogni volta torno a casa che ho peli di gatto dappertutto, mutande, borsa, auto, così devo mettere i vestiti belli nella plastica per non contaminarli e ad un certo punto mi dimentico di averli. Ormai vado in giro vestita come quella del “Cinema Polacco”.
Ma cosa ancor più preoccupante, un bel giorno mi accorgo di non avere più voglia di mettere al mondo dei bambini. Quel bisogno che mi ha perseguitato per tutta la vita o quasi, improvvisamente si è dissolto.
Spesso mi sono chiesta come mai mi sia accaduta una cosa così strana e dopo tanto riflettere ho individuato un possibile motivo: Garitola.
Nel farmi carico di lei e delle sue necessità, ho speso tutte le mie aspirazioni materne. Troppe energie, troppe preoccupazioni, limitazioni, attenzioni, coccole, passeggiate.
Ridendo e scherzando, Garitola ha riempito un vuoto non indifferente e ora che le mie giornate sono diventate molto piene non riesco più ad immaginarmi madre di un “vero” figlio. Non ne sento la necessità, non ne vedo l’utilità. DIO CHE LIBERAZIONE!!!
Motivo in più per attendere con fiducia il ritorno di Franco.
Quando Shakespeare scrive “Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, dice una cosa molto poetica ma anche molto vera.
Invertendo i fattori si può ottenere una frase ugualmente poetica ma più comprensibile:
“I sogni sono fatti della nostra stessa sostanza”.
Ovvero, le cose che noi creiamo con il sogno, la fantasia e l’immaginazione, sono VIVE esattamente come ciò che sperimentiamo con la nastra fisicità.
L’amore sognato e l’amore toccato sono entrambi VERI.
Anche se io di Franco non so più nella da tanto tempo, lui continua ad essere il mio compagno.
Ogni giorno mantengo in vita il nostro legame rivolgendogli pensieri e ricordando il suo viso. Condivido ancora la mia vita con lui.
Ciò non mi crea frustrazione ma molta serenità perché invece di reprimere io semino.
E se mi avanza della gioia, la mando a lui con la forza del pensiero.
Sono fermamente sicura che Franco un giorno tornerà per restare (a volte tornano le cose figuriamoci se non possono tornare le persone), come sono sicura che anche lui mi pensi con amore. Spesso e volentieri ricevo i suoi SMS tramite il Creato:
“Moneta da 1 Franco trovata per terra – 3 verticale: nome del Califfo cantautore – Piccolo drago nell’ovetto Kinder – I cugini di Melbourne SONO QUI! – Cesto natalizio con panettone e Amaretto Disaronno  –  Franco-bollo con bandiera australiana “
Per non parlare di tutti gli oggetti a forma di cuore che trovo per terra mentre cammino, li sto collezionando.
Invece mi lasciano perplessa le telefonate mute che sono ufficialmente ricominciate.
A me Vanni non la racconta giusta.
Non è che aveva smesso di farmele perché si era fidanzato e quando mi ha rivisto gli è di nuovo partita la brocca?
Spero tanto per lui che non sia così, altrimenti dimostrerebbe di non essere mai cresciuto veramente nonostante abbia chiesto scusa per tutte le corna che mi ha fatto e abbia promesso eterna amicizia . Ok, un po’ di corte me l’ha fatta, ma solo per sentirsi figo.
Durante il nostro incontro a me Vanni è sembrato davvero migliorato e senza nulla togliere alla di lui volontà, credo che gran parte del merito sia della sua convivente a quattro zampe. Solo un cane come Frida poteva fargli capire i valori della lealtà e della fedeltà!


XXX


Claudia è sorprendente, fa la pettinatrice!
Volevo dire, Claudia la nervosetta è una donna pratica, ruscona, manager di se stessa ma nel contempo invaghita di occultismo e compagnia bella. Oggi vado da lei a farmi leggere le carte, voglio sapere chi mi fa le telefonate mute. Nel suo negozio. Oggi è chiuso perché è lunedì.
Ma quante volte sarò passata davanti a questo negozio? Da che ho memoria ho sempre visto questa lunga tenda rosa confetto spiccare fra le botteghe del centro storico, ma non mi sono mai chiesta chi ci lavorasse dietro.
Adesso che ci penso bene, anni fa vedevo un cane biondo comparire tra la tenda e la vetrata… Era Cucciolo, il cane di Claudia!
D’estate questo negozio ha sempre la porta aperta e passandoci davanti si sentono voci di donne,  turbinio di  caschi e  profumo di lozioni per capelli.
C’è sempre un harem dietro la tenda di una pettinatrice e oggi quella pettinatrice è tutta per me!
- Come va con tuo “marito”, avete fatto pace? –
Questo suo marito-convivente è una matassa tutta da districare. Fa l’offeso ma poi piange;  pulisce casa per farle una sorpresa però lamenta di sentirsi trascurato ... Eppure la matassa ha già compito mezzo secolo di vita, come Claudia, e da un uomo di mezza età ci si aspetterebbe un po’ di coerenza ma a quanto pare l’età non conta e a dispetto dei suoi cinquantacinque, l’uomo di Claudia fa ancora i capricci! Certo bisognerebbe anche sentire la campana di lui, tuttavia preferisco non andare troppo a fondo… Tra moglie e marito non mettere il dito che poi fan pace e se la prendono con te.
“Certo che gli uomini non crescono mai …” penso fra me e me.
- E tu come stai? Novità dallo Spazio infinito?  -  “E tu” sarei io.
La volta precedente avevo raccontato a Claudia che ogni tanto ricevo messaggini d’amore di Franco attraverso il Cosmo. Oggetti a forma di cuore abbandonati per strada o in altri luoghi pubblici che chiedono di essere adottati. Io li raccolgo poi li metto in una bella scatola foderata di raso che all’inizio comperai per custodire l’anello di Franco e oggi questa scatola me la sono portata dietro. Voglio mostrare il mio tesoro a Claudia, tuttologa di cose strane.
- E questo? –  Mi chiede lei, indicando il sacchettino con l’anello.
- Questa è l’unica cosa che mi ha lasciato Franco… Cioè me l’ha data lui in persona prima di sparire. –
Claudia palpa il sacchettino e deduce contenga un anello.
- A forma di cuore pure questo? –
- No, sopra c’è una A, l’iniziale del mio nome. Non si vede  bene perché la plastica è tutta opaca e piena di bernoccoli. -
- Come mai non hai tirato fuori l’anello dal sacchetto?  -
- Non ho il coraggio. E lì dentro da venti anni…  –
- Ma la plastica fa schifo, ha la cataratta peggio del mio cane! -
Racconto per bene a Claudia il valore di quel dono e cosa abbia rappresentato per me ma soprattutto per Franco. Le rammento che tutto ebbe inizio a metà degli anni ottanta, su di un treno pieno di sogni e speranze. Era la prima volta che facevo la corte ad un ragazzo ed è stata anche l’ultima perché quando mandai a dire a quel ragazzo che mi sarebbe piaciuto uscire con lui, come risposta ricevetti un simpatico No. No grazie tanto mi faresti il bidone. A pronunciare quel no fu proprio Franco, un ragazzo che per me era stupendo. Purtroppo lui si sentiva un brutto anatroccolo e pensando che il mio invito fosse un’ignobile burla, prima disse no appunto e una volta tornato a casa se la prese con un uovo di Pasqua. Quando vide che nella sorpresa dell’uovo c’era un anello con l’iniziale del mio nome, subito comprese che nulla di sbagliato era capitato su quel treno: A era veramente interessata ad F.
- Capisci perché è importante questo pacchetto? Franco l’ha conservato per anni. Ha detto che era il suo portafortuna. –
Claudia fa un salto sulla poltroncina girevole e nel contempo butta il pacchetto nella scatola. Roba che scotta per i suo parametri.
- Santo Cielo! Ma tu e Franco avete combinato un disastro di quelli grossi! –
- Eh? -
- Avete violato la Legge dell’Utilizzo! -
- Prego? –
Dicesi Legge dell’Utilizzo, quella regola dell’universo secondo la quale le cose che possediamo devono essere usate e se non le usiamo ci possono addirittura danneggiare.
Claudia sostiene che tale comandamento non deve mai essere sottovalutato. Per esempio, se una persona compera una casa e la lascia senza inquilino, prima o poi quelle mura marciranno o la casa verrà occupata abusivamente da gente pericolosa. Se una signora compera gioielli e poi non li indossa, forse entreranno i ladri in casa sua e glieli ruberanno, oppure le sue mani, dita, orecchie e decolleté si riempiranno di piaghe e pustole che le impediranno addirittura di uscire di casa. La vendetta dei suoi gioielli.
Claudia è sconvolta da ciò che lei stessa sta elaborando. Non solo io e Franco non abbiamo usato l’anello ma non l’abbiamo neanche fatto uscire dalla plastica! Un reato bello e buono.
- Anna,  il vostro karma ruota intorno a questa specie di regalo! Non avete potuto avere una relazione vera e propria perché non avete aperto il libro del vostro destino! –
- Quale libro, scusa?  –
- Il pacchetto! – Gracchia Claudia alzando gli occhi al cielo. - Non avete aperto il pacchetto!  Oltretutto l’anello è un simbolo di unione e tu avresti già dovuto metterlo  da tempo per affermare il vostro legame! Un disastro avete combinato!  –
- Ahh… Allora  devo scartare il pacchetto…  -
- Vedi tu. O preferisci restare zitella tutta la vita? Dai muoviti che sei ancora in tempo per fare dei marmocchi! –
Strappo. Ahi che dolore! Ecco finalmente l’anello liberato dalla patina del tempo. Prima lo guardo io in religioso silenzio, poi lo passo a Claudia. In verità già avevamo capito come fosse fatto però adesso possiamo godere di tutta la sua potente energia.  Chissà quanto avranno lavorato i Folletti dell’Universo per creare questa meraviglia!  Prima Mastro Cesellatore ha forgiato il cerchietto da infilare al dito e poi Mastro Decoratore ha plasmato un fiocco a forma di A e l’ha applicato sul cerchietto.  Può piacere o meno ma è il pensiero che conta e poi è pure d’argento!  
- Non fa schifo… però mi è stretto un casino… -  Piagnucolo io.
- E allora fai quello che fanno tutte le donne dopo che hanno ricevuto un anello di fidanzamento  stretto! Vai in una gioielleria e te lo fai allargare! E già che ci sei fai incidere sopra il tuo nome e quello di Franco! –
Ma quanto è seria Claudia… invece a me scappa da ridere.
Già prevedo la vergogna di quando mostrerò al gioielliere questo anello da bambina e chiederò di farlo allargare… Penserà che sono una povera scema e con i soldi della modifica potrei comprare dieci anelli migliori di quello. Se si dimostra comprensivo chiedo anche le incisioni. In “Colazione da Tiffany” era tutto più semplice.
- E poi ricordati che te lo devi mettere sempre! Ora che conosci la Legge dell’Utilizzo non puoi fare la furba altrimenti Franco lo perdi davvero! –
- Signorsì signore! –
Punto i piedi a terra e faccio ruotare la sedia girevole su cui sono seduta da un’ora. Voilà!
In un’ora il mio punto di vista sul mondo è cambiato e io sono una donna nuova.
Ma chi ero io prima di entrare in questo negozio? Uscirò da qui con un anello al dito mignolo ed un ritrovato amore. Non solo ora sono fidanzata con Franco, ma ho anche trovato una sorella, Claudia. Sto mettendo su famiglia!  Merci beaucoup Garitolà.
- Dai, adesso vediamo di risolvere la questione delle telefonate anonime… Hai portato una foto del tuo ex? –
Già, le telefonate! Dovrei essere qui per questo ma l’argomento quasi non mi interessa più… Però già che ci siamo...
Porgo a Claudia una foto di Vanni, probabile colpevole delle stupide chiamate e lei dice: “Wow, che bel bocconcino! E’ questo qui che vuole andare al Grande Fratello?”
- Sì, proprio lui, e se lo prendono stai sicura che vince! Trattala bene questa foto, un giorno potrebbe valere oro! –
- Pendolino o carte? –
- Claudia, fai tu che sai. –



UNA MONTAGNA PER GARITOLA
(Missing Miss)



Un giorno Garitola non si è presentata all’appuntamento. E neanche il giorno dopo.
Solo il micio grigio che ho chiamato Frankie.
Garitola svanisce nel nulla.
L’abbiamo cercata in tanti. Io e Frankie. Mario Braccio di Ferro. Claudia  insieme al suo cane mezzo cieco. Il ciclista con i suoi amici ciclisti. E tantissime persone che erano diventate nostre amiche, tra cui mio padre e mia madre.
Alcuni sono addirittura giunti da Torino per cercarla e senza dirmi nulla. Innanzi tutto Patrizia insieme a suo marito e poi Vanni col suo splendido cane Frida.
Questi ultimi sono addirittura scesi giù al fiume e l’hanno cercata fra le pietre.
Garitola è stata cercata per tanti giorni e un po’ dovunque: lungo il Tesso, nei prati, nella discarica, nel cimitero, nel boschetto e poi nella zona intorno a casa mia.
Ma di Garitola nessuna traccia.
Cosa poteva esserle capitato? Di tutto. E ogni giorno mi veniva in mente un possibile guaio che ne avesse determinato la scomparsa.
Tutti abbiamo lanciato ipotesi (anche il Sindaco di Lanzo), e intanto le settimane passavano.
Una cosa era certa… Purtroppo nell’area del Tesso non vi erano nascondigli sicuri per un gatto che lì viveva giorno e notte. Non vi erano botole segrete e alture non raggiungibili dai cani che spesso giravano al Tesso senza guinzaglio. Più di una volta avevano cercato di farle la festa e io dovetti litigare con i loro padroni. Una vendetta dunque?
Bisogna anche dire che da quando era arrivato Frankie, Garitola era diventata meno attenta ai pericoli perché lui si era assunto l’incarico di fare la guardia per tutti e due.
Sotto questo aspetto avevo notato che la mia gatta si era un po’ rilassata e lasciava fare a lui.
Mio padre aveva costruito due casette di legno per i gatti e io le avevo nascoste dietro la discarica, in un anfratto pieno di rovi (che male!), ma loro preferivano rintanarsi direttamente nella discarica perché recintata e piena di mobili rottamati. Però quasi tutti giorni il deposito era aperto al pubblico ed operava rumorosamente. Anche quel posto lì non andava bene… Tuttavia Garitola e Frankie si erano adattati a quello ed altro, pur di rimanere liberi.
Le ho pensate tutte e ho immaginato di tutto, anche epiloghi raccapriccianti e fra le tante domande che mi ponevo ce n’era una più dolorosa di tutte: Perché non mi è venuta a salutare prima di sparire? Garitola non mi avrebbe mai lasciato  senza prima salutarmi, eravamo troppo legate.
Probabilmente le era accaduto qualcosa di veramente brutto, altrimenti l’avrebbe fatto. Anche in fin di vita.
Un giorno chiesi a Dio di farmi sapere cosa fosse successo alla mia gatta e  sgombrai  la mente per lasciare spazio alla risposta. Attendevo un’immagine, un odore, una intuizione, una telefonata… Invece giunse una frase che in origine era stata pronunciata da Dio stesso o da Gesù:
“Prima che voi domandiate, Io risponderò”.

Mi chiesi come mai mi fosse venuta in mente proprio quella frase e mi ci volle un po’ per capire che era la risposta che aspettavo.
Poi una specie di lampo mi attraversò la mente e finalmente tutto fu chiaro.

Garitola mancava ormai da un mese e al boschetto c’era solo più Frankie ad aspettarmi. Un giorno gli ho portato il pranzo al solito posto e alla solita ora ma è accaduta una cosa eccezionale. All’ingresso del boschetto c’era un bellissimo airone color grigio chiaro.
Mi ero molto stupita nel vedere un uccello così schivo proprio lì, vicino a Frankie e molto lontano dal fiume. Ma cosa ancor più singolare, io l’airone non l’avevo trovato già lì quando ero arrivata. Era apparso non so come da un momento all’altro. Mi ero girata un attimo per fare qualcosa e… c’era.
Era l’una, avevo il sole estivo a picco sulla testa ed ero in fase di digestione quindi pensai che la troppa luce mi avesse confuso le idee. Eppure sembrava che l’airone si fosse materializzato dai sassolini grigi del sentiero.
L’airone camminava avanti e in dietro davanti a me, e Frankie era stranamente a suo agio.
Io che da mesi mi appostavo sull’argine del Tesso per vederne almeno uno da lontano, stentavo a credere mi fosse capitata una cosa del genere. Un airone tutto per me!
Elegante, tranquillo, una visione quasi magica.
L’ho contemplato restando immobile per alcuni minuti, poi sono entrata nel bosco per far mangiare Frankie all’ombra, così l’airone è volato via.
Un vago pensiero mi ha attraversato la mente ma si è presto dissolto.
Il giorno dopo è accaduta la stessa cosa.
Sono andata da Frankie, mi sono voltata per fare una cosa e l’airone mi è apparso davanti.
Posso giurare di averlo visto mentre si materializzava sotto i miei occhi ma anche questa volta ho pensato fosse un effetto ottico dovuto ai raggi di sole che si infrangevano sul sentiero.
Anche questa volta l’airone si è lasciato ammirare per molto tempo camminando avanti e in dietro davanti a me.
Tutto ciò mi è sembrato un tantino strano, ma la mia logica suggeriva che quell’airone fosse arrivato fin lì per cercare cibo e la tenerezza che provai per lui superò ogni altro interrogativo. Volò via quando cominciai ad avanzare lungo il sentiero.
Prima che voi domandiate, Io risponderò.
Avevo la risposta ancor prima di chiedere.
Garitola era venuta a salutarmi per ben due volte.
Quando ho capito il dono che mi era stato fatto, la grandezza di quell’incontro, ho pianto come una bambina. Piangevo di gioia per il messaggio d’amore ricevuto e piangevo di dolore, perché se lei si era manifestata con la splendida divisa di un airone, significava che purtroppo era morta. Se fosse tornata a salutarmi come io l’avevo conosciuta, avrei pensato fosse ancora viva.
Garitola sapeva che ero affascinata dagli aironi e sapeva di farmi un grande regalo venendo a me in quella veste angelica. Sarei rimasta lì ammirata, come lei sperava, e avrei prima o poi capito che era lei. Un ultimo contatto per farmi sapere che stava bene , era serena e continuava ad amarmi.
E pensare che l’avevo intuito già al primo incontro. Sì, mi era balenato per la testa che quell’airone fosse lei, ma la parte razionale di me aveva respinto il pensiero.



Nella realtà Garitola è stata la mia gatta per otto anni.
Mi è stato difficile scrivere questo racconto perché lei mi manca tanto.
Grazie a lei ho imparato a vivere in un bosco, accogliere le stagioni e i loro doni.
Per stare con lei ho smesso di cambiare casa in continuazione ed ho cominciato ad apprezzare di più ciò che ho.
Per amor suo sono diventata amica di tante persone e ho conosciuto anime davvero speciali.
Garitola ha trascorso buona parte della sua vita ad aspettare me. Mi aspettava davanti al cancello dello chalet, mi aspettava al Ponte del Diavolo e mi aspettava al Tesso.
Ogni distacco, piccolo o grande che fosse, era doloroso per tutte e due e io non vedevo l’ora che  diventasse vecchia per tenerla al sicuro in casa con me.
Lei era ciò che si rifletteva nei suoi occhi: cielo infuocato all’alba e al tramonto, luna, stelle, neve, pioggia, un albero, una zolla di terra. Garitola era parte del tutto.
Soprattutto era mia amica e si fidava di me.
Le devo tanto, una montagna di gratitudine,  per tutto quello che mi ha insegnato.


- Pronto? –
- …………. –
- Pronto? –
- …………. –
- Pronto Franco? Lo so che sei tu…… Ti prego non riattaccare, devo dirti una cosa…….   Miss Garitola non c’è più, è tornata al Pich, l’unico posto dove è stata davvero felice…….   E tu quando ti decidi a tornare? -
                                                                 


































4 commenti:

  1. Bellissimo racconto...ma poi Franco è tornato?

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  2. Grazie!
    Quando Franco e` tornato a Melbourn, la fidanzata ufficiale gli ha annunciato di aspettare un bambino.

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    1. Mi dispiace molto,ero quasi sicura che sarebbe tornato. Mi auguro di cuore che tu possa trovare l'uomo della tua vita.Grazie per aver condiviso con noi le tue emozioni!

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    2. "quando partisti come son rimasta
      come l'aratro in mezzo alla maggese"

      Grazie a te che hai letto tutto il racconto.
      Un bacio.

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